I parte
A me pare indubbio che già da tempi remoti la considerazione cronospaziale, necessaria per l’organizzazione del proprio cammino, costruisca la prima vera ala per la libertà sulla progettualità. E allora sorge spontanea la domanda su come nel percorso della storia millenaria fino anche ai nostri giorni l’uomo abbia impiegato questa determinante conquista dello spazio e del tempo, in particolare cosa ne abbiano fatto gli uomini di pensiero e di arte. Metto da parte tutte le altre infinite considerazioni che si potrebbero svolgere e che io non ho sufficientemente la competenza di fare e mi soffermo sulla riflessione di come abbia agito l’idea di tempo e spazio nella mission intellettuale di Dante. Questo mi pare importante soprattutto se penso alla destinazione sociale ed esistenziale-universale che il poeta ha assegnato alla sua opera maggiore.
E’ noto e da tutti riconosciuto che il centro ideale sul quale Dante innesta la sua volontà e capacità di poeta, pur essendo avvertibile in tanti passi della Commedia, sia esplicitamente dichiarato nei tre canti centrali del Paradiso che in un certo senso costituiscono nell’incontro con l’antenato Cacciaguida il manifesto luminoso non solo della sua confessione ma soprattutto della sua intenzione di vita e di poesia. In questi tre canti il poeta Dante riesce a stringere in un serrato e armonico dialogo il passato il presente e il futuro che riguardano non unicamente la sua vita ma quella della sua città, e non solo. D’altro canto sappiamo che Dante ha vissuto con grande intensità appassionata di cittadino gli eventi, le sofferenze, le illusioni e le speranze che hanno costellato la sua vita prima e, ancor più, dopo l’esilio. Il tutto si snoda nell’onda dei sentimenti che movimentano la sua vita con tutte le caratteristiche e anche i limiti intellettuali e di socialità tipici dei cittadini del suo spazio e del suo tempo.
Nella prima parte del canto quindicesimo una serie di elementi, dalla notazione etica dei primi versi alle due similitudini, quella astronomica del v.13 “li seren tranquilli e puri” e quella storica, che richiama la mente al mito di Anchise ed Enea sicuramente in posizione figurale per alludere alla famigliare discendenza con la solennità dei riferimenti culturali, contribuisce a creare un’atmosfera quasi sacrale nella quale il culmine della sacralità affettiva fra Dante e l’antenato Cacciaguida si esprime nella intensità della felicità: ”lo fondo della mia gloria e del mio paradiso “(vv35-36 ). Il dialogo riesce già a prefigurare il legame del pensiero tra il presente e il passato in una intenzione comunicativa che non è semplicemente quella ritmica e sentimentale della pausa di serenità affettiva. E’ difatti ben chiaro subito, pur nella sottolineatura affettiva, che questo incontro nasce non solo dalle esigenze personali di Dante ma dalla scelta drammatica di una valutazione etica e civile della realtà e del ruolo addirittura cosmico che comincia dal riconoscimento fallace delle aspirazioni umane e si allarga poi nella terzina 81-84 al tema della Fortuna che ha travolto anche Firenze. In un parallelismo amaro viene qui analizzata la disgregazione apportata dalle misere ambizioni di potere di persone e gruppi famigliari circoscritte nelle egoistiche aspirazioni.
E’ così che nel discorso di Cacciaguida e, ovviamente, nel pensiero di Dante l’evoluzione socio-politica della città viene vista come decadenza etica e sociale secondo una valutazione storica certamente lontana dalla nostra ma che tuttavia si appoggia e in qualche modo si convalida nello stesso elegiaco rimpianto di Cacciaguida per l’affettuoso ricordo delle sue radici di nascita e d’infanzia. Si convalida anche nell’analisi dell’ordine della sua città prima dell’avvento delle arroganze di nuove famiglie con le quali si è dissolta la pace civile. E’ pur vero del resto che anche se il suo discorso di negazione si diffonde insistentemente nella polemica ripetuta e combattiva, il tono si eleva a un pessimismo più alto quando l’errore umano viene immerso nella grande marea della Fortuna ai vv29-87. E’ qui che noi riusciamo a vedere anche nel sarcasmo polemico tutta la tristezza dell’esule che attraverso le sacrali parole dell’antenato va a cercare le origini del male civile che ha travolto ingiustamente la sua vita e il suo ambiente.