I tre bimbi tolti dal bosco in Abruzzo

E il caos di opinionisti improvvisati.

Diciamolo senza giri di parole: la vicenda dei tre bambini tolti dal bosco in Abruzzo è stata macinata, triturata, spettacolarizzata, fino allo sfinimento. Una storia trasformata in fiction, un palcoscenico dove opinionisti improvvisati e commentatori in cerca di visibilità hanno detto tutto e il contrario di tutto.

E mentre il chiacchiericcio montava, mentre l’indignazione a orologeria trovava il suo bersaglio del giorno, eccoci qui a domandarci: a chi serve questa caccia? A chi giova criminalizzare tre bambini, o il “modello” che qualcuno ha deciso di attribuire loro? La risposta è amara: serve a non guardare la realtà. Serve a distrarci. Perché intanto, nel silenzio assordante che solo le città insicure sanno creare, i protagonisti della cronaca vera sono altri: ragazzi che a 15 o 16 anni girano con coltelli in tasca come fossero smartphone, gruppi che si affrontano in centro come branchi persi, violenza gratuita che esplode senza un motivo, come se nulla avesse più confini, responsabilità, adulti. Ma su questo — guarda caso — si discute meno. Perché è scomodo. Perché qui non ci sono boschi, avventure straordinarie o misteri da talk show. Qui c’è solo un Paese che da anni non sa più educare, non sa più ascoltare, non sa più guidare.

E allora è più facile aggrapparsi al “caso eccezionale”, trasformare tre bambini in un simbolo fasullo, puntare il dito contro una singola famiglia per non ammettere che il problema è ovunque e riguarda tutti noi. Criminalizzare quei tre minori è diventato un alibi collettivo. Un modo per sentirsi buoni, giusti, vigili — mentre intorno la realtà degli adolescenti peggiora di settimana in settimana. Perché non facciamo lo stesso clamore quando si parla di dispersione scolastica? Perché non riempiamo le prime pagine quando si denunciano le baby gang? Perché non chiamiamo “emergenza nazionale” la solitudine di tanti ragazzi lasciati davanti a uno schermo al posto di un adulto? La verità è che preferiamo il teatro alla responsabilità. Preferiamo la narrazione che commuove o scandalizza alla fatica di capire. Preferiamo puntare il riflettore su tre bambini — che avrebbero bisogno soltanto di silenzio, protezione e verità — piuttosto che illuminarlo sui fallimenti di un intero sistema educativo e sociale.

Finché non avremo il coraggio di guardare il disastro che cresce dentro le nostre città, continueremo a rincorrere casi eccezionali, indignazioni usa-e-getta, nemici immaginari. E la domanda che torna, ostinata, è questa: quanti episodi di violenza giovanile dovremo ancora vedere prima di smettere di distrarci con le telenovele mediatiche e iniziare finalmente a occuparci dei ragazzi reali, quelli che nessuna telecamera insegue? Perché il rumore può nascondere tutto. Ma il silenzio dei problemi veri, quello no. Quello ci ricadrà addosso, prima o poi, e farà molto più male.