Intervista di Silvia Elena Di Donato a Valeria Di Felice
Di fronte a un’editoria, come quella italiana contemporanea, sempre più piegata alle logiche della convenienza e dell’occasionalità, riflettere sul senso della visione e della progettualità diventa un orizzonte imprescindibile. Un’editoria e una divulgazione letteraria sane richiedono trasparenza, rischio, curiosità, capacità critica, caratteristiche queste che sono alla base della vitalità di un Paese che sceglie di esprimersi nelle forme dell’autentico. Ed è per questo che l’anno scorso accolsi l’invito da parte di Valeria Di Felice, titolare della Di Felice Edizioni, di dirigere una collana di poesia italiana contemporanea, La carena, consapevole dell’onestà intellettuale con cui la casa editrice porta avanti da quindici anni la sua attività. Per questo credo sia interessante porre alcune domande a Valeria Di Felice che da tempo è impegnata nella salvaguardia di questi valori editoriali e nella promozione di quei “libri che camminano nel tempo” di cui parla spesso.
Quali sono le due collane più longeve della casa editrice?
La più longeva è Il gabbiere, che negli anni si è concentrata sulla poesia straniera contemporanea. La collana conta, con l’ultimo libro della poetessa cubana Lizette Espinosa, 79 volumi. Alcuni poeti hanno avuto dei premi importanti come la poetessa curdo-siriana Widad Nabi che quest’anno ha vinto il Premio Camaiore-Belluomini per la sezione della poesia internazionale.
Sin dall’inizio c’è stato un grande interesse soprattutto per la poesia di lingua araba, nato non solo per la musicalità di questa lingua e per la curiosità di immergersi nell’anima del mondo arabo attraverso la lente della letteratura. Ma anche per far conoscere quelle voci coraggiose ed eversive, strettamente connesse con l’impegno civile e la difesa della crescita umana, sfatando quel grande luogo comune della nostra percezione collettiva che vede il mondo arabo come un blocco monolitico e monocolore.
Dal 2010 ho avuto modo di pubblicare poeti marocchini, palestinesi, siriani, egiziani, libici: poeti diversi nella propria fisionomia letteraria, ma accomunati da autenticità e un grande credo nella parola come strumento di trasformazione.
Poco tempo dopo è nata un’altra collana di narrativa, Gli occhi del pavone, con l’intenzione di avvicinare ancora di più il lettore alla complessità del Mediterraneo, con i suoi conflitti, le sue storie, i suoi crocevia, la tensione tra tradizione e cambiamento. Chi leggerà questi romanzi troverà molti spunti per riflettere su alcune grandi tematiche che non sono esclusive del Mediterraneo ma che certamente appartengono alla storia collettiva dei Paesi mediterranei: la difesa della libertà, l’emancipazione femminile, la dittatura, le migrazioni, le rivolte sociali, i fermenti politici.
In più occasioni hai espresso la necessità di portare avanti una editoria “meritoria”, che guardi unicamente al testo e non alle logiche commerciali. Quando il criterio di selezione non è la qualità ma l’appartenenza, l’ecosistema culturale si impoverisce e i talenti autentici restano ai margini, mentre opere mediocri vengono celebrate per sostegno reciproco o calcoli di opportunità. Il risultato è una letteratura che perde forza, complessità e verità. Quali caratteristiche deve avere un libro per essere selezionato?
Nel nostro catalogo ci sono autori affermati e anche autori di opere prime. Questo è già un dato in controtendenza, poiché consideriamo marginale il potenziale di mercato legato alla visibilità e alla notorietà che costituiscono due grandi motori per la vendita.
Tuttavia, ciò ci consente di lavorare sulla qualità come criterio prioritario per la valutazione. Questo “disequilibrio editoriale” potrebbe sembrare una non-strategia o una scelta evanescente, ma in realtà è una forma culturale di resistenza contro l’abbaglio di successi inconsistenti e transitori.
La casa editrice cerca di abbracciare un ideale di scrittura che non sia intransitiva, autoreferenziale e improvvisata.
Un testo dovrà essere affine alla visione delle nostre collane, incarnando uno sguardo – poetico o narrativo che sia – attento nello spingersi oltre i confini del senso comune e soprattutto nel mettere in relazione il lettore con se stesso o con l’altro. Un libro che non sia in grado di fare ciò rimane incompiuto, finisce presto la sua ragion d’essere.
Poi guardiamo alla ricerca del linguaggio, che non significa ricercatezza o artificiosità a tutti i costi. Ricerca di linguaggio vuol dire soprattutto costruire una casa linguistica capace di contenere l’ispirazione senza avere la percezione di un imminente crollo…
Nel panorama contemporaneo, l’inflazione dei premi letterari e la sovrapproduzione editoriale priva di un solido filtro critico finiscono per generare un rumore di fondo che inghiotte la vera qualità. Troppi riconoscimenti, spesso privi di rigore, banalizzano il valore stesso del premio; troppe pubblicazioni, immesse sul mercato senza una reale selezione, trasformano la letteratura in un flusso indistinto dove tutto è “nuovo” ma poco è necessario, dove tutto vale e non vale al contempo, dove tutto viene risucchiato in un’ombra di nonsenso. In questo calderone, la scrittura che aspira alla profondità rischia di perdere senso e peso, soffocata dalla quantità e dalle strategie social e mediatiche. Di fronte alla sovrabbondanza produttiva del panorama editoriale italiano, qual è il ruolo del libro oggi?
La proliferazione annuale dei titoli (che corrisponde in gran parte alla proliferazione di case editrici che non fanno selezione e al self publishing) crea un sottobosco che di certo non aiuta il lettore a orientarsi. Non so se oggi il libro abbia ancora la capacità di riflettere pienamente la realtà e allo stesso tempo di strutturare il nostro immaginario, ma penso che la credibilità del suo ruolo sia a rischio. Penso che la sovraesposizione mediatica dell’autore-personaggio abbia preso il sopravvento sulla forza del testo (ovviamente con le dovute eccezioni). Nell’imperativo tecnocratico e dell’oltreuomo digitale, il “libro” può essere riconsiderato luogo di resistenza e di sperimentazione delle relazioni umane? Le politiche editoriali incontrano davvero le esigenze dei lettori o i lettori dettano con i loro gusti le politiche editoriali? Sono tante le domande che andrebbero fatte per ripensare il ruolo del libro.
Qual è l’aspetto che meno ti piace del tuo lavoro di editore?
Il doversi tutelare dal tranello della “visibilità a tutti i costi”, cedendo a compromessi che snaturano la visione della casa editrice.
Qual è il riscontro più significativo che ti è arrivato dai lettori?
Quando i lettori mi dicono di non essersi sentiti traditi, nelle loro aspettative, dai libri letti. Credo molto nel rapporto di fiducia con i lettori e nella chiarezza della visione che propongo. In questo mi sento molto vicina a Roberto Michilli, romanziere, traduttore e saggista teramano scomparso nel 2024, per il quale il mondo narrativo doveva essere cucito dall’ago del rispetto per la parola – come a tessere un abito a misura di umanità – senza tradire il patto con il lettore. Il patto implicito consisteva nel non piegarsi alle aspettative e al gusto della moltitudine compiacendone le tendenze di mercato e offrire la “riconoscibilità” e l’integrità di un’istanza autoriale resistente all’istantaneità dei consumi.
Nel 2010 hai fondato la Di Felice Edizioni mossa da un grande amore per la poesia. Sei autrice di quattro raccolte cartacee tradotte anche in arabo, nederlandese, spagnolo e romeno: L’antiriva (2014), Attese (2016), Il battente della felicità (2018), e ora Il giallo del semaforo, pubblicata a maggio dalla Società editrice fiorentina. Cosa rappresenta il giallo del semaforo?
Come fa notare il filosofo Giuseppe Girgenti che ha scritto la prefazione, il giallo del semaforo è la figura cromatica della soglia tra due condizioni esistenziali, tra due opzioni, tra due stati. Può essere “un simbolo della condizione umana, sempre in bilico tra diverse possibilità e in continua ricerca di significato e direzione”. La poesia in questa raccolta è un “esercizio spirituale” per continuare a sperimentare un’umanità autentica, non condizionata dalla tecnologia algoritmica e dall’intelligenza artificiale. Di fronte alla smaterializzazione della realtà e al cambiamento della percezione dell’altro e del sé, la poesia (come manifestazione verticale della propria creatività) ci pone ancora una domanda filosofica, che ha a che fare con il senso del nostro essere-nel-mondo.
