Le ultime vittorie di Sinner e la vittoria della squadra italiana nella Coppa Davis hanno portato alla ribalta dei media uno sport che negli ultimi anni ha raggiunto ottimi livelli e ha attirato molti giovani. Durante l’estate camminando accanto agli impianti sportivi ho visto tanti bambini, anche molto piccoli, dedicarsi a questo sport, che grazie al “fenomeno Sinner” ha oscurato le tifoserie calcistiche. Già da parecchi mesi i mass-media hanno puntato l’attenzione sul tennis e sull’atleta altoatesino, a partire dalla vicenda del clostebol, che ha tenuto impegnati gli opposti schieramenti dei “colpevolisti” e degli “innocentisti”; poi, con la ripresa dell’attività agonistica le polemiche sono rimaste, ma l’argomento è cambiato: da un lato si guarda agli alti guadagni del campione e dall’altro alla sua condizione di contribuente (bisogna, comunque, considerare che nel trasferire le proprie sostanze all’estero si trova in ottima e numerosa compagnia!). Ora, al di là del giudizio che chiunque può esprimere da un punto di vista sociologico o etico, rimane il fatto che ogni personaggio che assurge alla ribalta della cronaca suscita ondate di entusiasmo o disapprovazione, si tratti di uno sportivo, di un cantante, di un divo(diva) del cinema o della TV. Pensiamo a fenomeni come il tifo per giocatori di calcio (Maradona), piloti di Formula uno (Schumacher), cantanti (i Quinn, E. Priesley, Madonna), personalità del mondo tecnico-scientifico, etc. E penso che il punto sia proprio questo, il personaggio diventa punto di riferimento, modello, figura ideale: diventa un mito.
Da sempre l’umanità si è creata dei miti, che racchiudono diversi significati. In tutte le società arcaiche sono fioriti miti cosmogonici e teogonici, anche se noi conosciamo meglio quelli della tradizione greca e romana, che volevano spiegare l’origine del cosmo e delle divinità; in particolare dalla cultura greca ci sono pervenuti i miti teogonici e antropogonici riguardanti l’origine e l’evoluzione del cosmo e dell’uomo (Esiodo), e quelli eroici, riguardanti le imprese eccezionali di esseri eccezionali (Omero). Secondo Ortoleva il mito è “un ponte tra la quotidianità e una dimensione cosmica … ci permette di interrogarci e ci fornisce anche delle risposte”. Questi miti cercavano di dare una risposta a domande fondamentali per l’uomo, esprimendo sistemi di valori, proponendo modelli di comportamento, manifestando aspirazioni e sentimenti o condivisione di momenti di realtà.
Nel mondo moderno il mito si è trasformato, assumendo forme e significati diversi, si radica in una dimensione psicologica per cui la personalità diventa personaggio. Pensiamo al settecentesco mito del buon selvaggio, l’uomo della selva, il sogno dell’uomo civilizzato che vagheggia una condizione ormai impossibile da riconquistare e che oggi potrebbe essere individuato nell’ambientalismo, nato dal senso di colpa per aver distrutto l’ambiente. Ancora più emblematico della radice psicologica del mito è Don Giovanni, il fantastico Burlador de Sevilla di Tirso de Molina, prototipo degli innumerevoli “dongiovanni” sparsi in ogni parte del globo, specialisti nella seduzione e nell’inganno; i quali, però, secondo la lettura che fa Byron, sono il simbolo della gioventù inquieta, instancabile e mondana, che insegue continuamente il suo desiderio di conquista e si esaurisce, sconfinando nella noia, nella malinconia, fino alla misoginia e alla misantropia.
I miti di oggi sono di natura diversa, religiosi, letterari, cinematografici, sportivi, musicali, ideologici (no-vax, complottismo) e si pongono come una rappresentazione della realtà con un elevato apporto simbolico. Nel mito troviamo alcuni aspetti caratterizzanti: la semplificazione, la riorganizzazione e la creduloneria; sono storie che decidiamo di accettare e che, attraverso l’accettazione, acquistano un certo valore di realtà. Poiché rispondono al bisogno di avere qualcosa in più e a valori che cerchiamo, aiutano a dare un senso alla nostra realtà, al nostro modo di agire nel mondo, al nostro posto nel mondo. Nel mito un evento o un personaggio assume, nella coscienza degli uomini passati e presenti, carattere e dimensione leggendaria, esercita una attrazione sulla fantasia dei singoli e del popolo; il personaggio “mitico” viene assunto quale modello attraverso un processo di identificazione e in tal modo diventa capace di plasmare il carattere di una persona o di un gruppo. Si tratta di personaggi idealizzati per il loro successo (a prescindere dalle qualità personali!), figure quasi leggendarie, che diventano come modelli da imitare, influenzando la mentalità e i comportamenti, soprattutto dei giovani.
I miti si sono moltiplicati, ma anche trasformati: se quelli antichi, definiti “stanziali”, erano radicati in un territorio di cui riflettevano la cultura, e spesso facevano capo a un tempio, quelli moderni non hanno dimensione territoriale o statica, ma assumono un carattere dinamico, sono stati definiti “miti di viaggio”, e hanno una diffusione molto ampia. Oggi viviamo in una società in cui domina il culto dell’immagine, una società in cui per molti la visibilità sui social è fondamentale: si fotografa e filma ogni cosa e poi si “posta” in modo da ottenere la più ampia visibilità e il maggior numero di “follower“; una delle aspirazioni giovanili è diventare “influencer“; tante ragazze inseguono sogni di notorietà e successo partecipando ai concorsi di Miss Qualcosa. In questa nuova mitologia, in cui l’aspetto emotivo prevalente è dato dall’interiorizzazione di un modello esterno, avviene la sostituzione dei valori etici con i valori estetici; ma ciò può portare a una dispersione dell’unità interiore della persona, nella misura in cui i modelli di riferimento si susseguono secondo il ritmo scandito dai Social.