Antichità e Medioevo
“Le donne medico sono sempre esistite: sono state medici senza laurea, infermiere senza qualifiche,
assistenti naturali e spontanee… non avevano un ruolo ufficiale, né una formazione accreditata, e questo ha
indotto a credere che non avessero alcun credito in questo settore, ma non è così” (Donatella Lippi). E’
difficile tracciare una storia della presenza femminile nella medicina sia per mancanza o scarsità di fonti,
sia per la mentalità maschilista (spesso misogina) dominante fin dall’antichità – e ancora non del tutto
superata, sebbene attenuata o dissimulata – che considerava le donne “naturalmente” poco adatte agli studi
e alle professioni scientifiche perché dotate di un cervello troppo piccolo e naturalmente troppo emotive.
Nel mondo antico erano presenti come ostetriche e guaritrici, ma la loro presenza era marginalizzata e
ostacolata, e non ne è stato tramandato il ricordo, se non in casi eccezionali. Sappiamo che in Egitto
erano presenti donne dedite alla medicina ed è stata ritrovata una iscrizione con l’indicazione del nome di
una “curatrice”, Merith Ptah (amata da Ptah, dio della conoscenza). La stessa Cleopatra si interessava di
ginecologia, tanto che scrisse (o comunque le viene attribuito) un opuscolo, De geneticis, usato come
manuale fino al VI secolo d.C.
Nel mondo greco si può risalire ai cenni contenuti nell’Iliade, dove si citano Agamede, figlia del rede gli Epei, come conoscitrice dei farmaci e la stessa Elena, capace di preparare pozioni curative. Si tratta di figure mitiche, mentre abbiamo notizie certe di una donna vissuta ad Atene intorno al IV secolo a. C., Agnodice, da alcuni confusa con la figura leggendaria di Fanostrata, considerata la prima donna medico dell’occidente. Si racconta che per poter studiare medicina si fece
tagliare i capelli e, travestita da uomo, si recò ad Alessandria dove seguì l’insegnamento di Erofilo.
Tornata ad Atene, esercitò la medicina come ginecologa, sempre sotto spoglie maschili, ma fu scoperta e
accusata (dai colleghi maschi ?) di molestie. Durante il processo le sue pazienti testimoniarono in suo
favore, così potè tornare ad esercitare la sua arte (Igino, Fabulae).
A Roma troviamo una esperta in medicina, Nevia Clara, moglie di un medico e definita “medica
philologa”. Secondo Scribonio anche Messalina, Livia la moglie di Augusto e la sorella Ottavia sarebbero
state esperte in medicina. Altri nomi di donne pervenutici sono quelli di Artemisia, regina di Caria, esperta
in piante medicinali; Mousa di Bisanzio, (II-I sec a.C.) , definita Iatrina sulla sua lapide ; Antiochis di
Tlos esperta in malattie reumatiche e della milza, citata da Galeno; Elefantide di Lemno, ginecologa;
Salpe. Nel VI sec. d. C. inoltre Metrodora, una donna greca di Costatinopoli, compose un’opera Sulla malattia delle donne (Περὶτῶν γυναικείων παθῶν τῆς μἠτρας).
Nell’alto Medioevo viene citata (santa) Valpurga (710-779), ma un contributo molto importante all’arte
medica, soprattutto alla farmacologia e alla dietologia, è dovuto a (santa) Ildegarda di Bingen, vissuta nel
XII secolo (v.La Tenda aprile ’24).
Nel Medioevo, dopo la creazione delle facoltà di medicina nelle Università, lo studio era precluso alle
donne, tranne rarissime eccezioni, come nel caso di Francesca, moglie di Matteo Romano, alla quale il
duca Carlo di Calabria conferì la laurea in chirurgia (1321). In generale non erano bene accette ai colleghi
maschi, che spesso le facevano oggetto di pesanti allusioni e cercavano di ostacolarle. Gli ospedali non
sempre erano propensi ad assumere personale femminile, anche nelle specializzazioni “a loro consone“(la
ginecologia e la pediatria) perché si riteneva che la professione medica fosse uno snaturamento della
femminilità. Tuttavia, poichè erano ritenute atte a trattare le questioni femminili, poterono affermarsi in
quelle discipline in quanto la morale comune vietava agli uomini di effettuare visite e cure ginecologiche,
così la ginecologia divenne il terreno privilegiato della loro attività. Ma l’attività femminile in campo
medico acquistò grande rilievo soprattutto grazie alla loro abilità ed esperienza; le donne si distinsero
anche nella chirurgia, a volte eguagliando i risultati dei colleghi uomini, sebbene spesso il loro lavoro
fosse anonimo.
A partire dal XIII secolo si cominciò a regolamentare la professione delle ostetriche e delle ginecologhe, a
volte concedendo loro qualche privilegio (riduzione dei tributi). Inoltre, dietro la spinta degli studiosi
arabi di Spagna, che avevano tradotto le opere degli autori greci, filosofi e medici, (in Europa fino al
Quattrocento non si studiava più il greco), si cominciò una riflessione teorica, affiancando lo studio
scientifico alla tradizione puramente pratica. Nel Regno di Napoli era consentito alle donne di praticare la
medicina, e da alcuni documenti risultano 24 donne chirurgo. All’avanguardia per la formazione delle
donne medico si pose l’Università di Salerno, dove alcune donne furono ammesse alla Scuola Medica e
poterono anche insegnare, come Arabella di Castellomata, Rebecca Guarca, Mercuriade, Nella Scuola
salernitana spicca la figura di Trotula de Ruggiero, che insegnò e scrisse di ostetricia e cosmesi. Esperta
nell’arte delle pozioni medicinali e cosmetiche, era capace di eseguire interventi chirurgici, ma soprattutto
si dedicò allo studio della natura femminile; scrive, infatti, “Siccome le donne sono per natura più fragili degli uomini, sono anche più soggette a indisposizioni, specialmente negli organi impegnati nei compiti
voluti dalla natura. … Le donne per pudore e per innata riservatezza, non osano rivelare a un medico
maschio le sofferenze procurate da queste indisposizioni. Perciò la compassione per queste loro disgrazie
… mi (ha) indotto a esaminare in modo più approfondito le indisposizioni che colpiscono più
frequentemente il sesso femminile..”( De passionibus mulierum).
A Firenze si ricordano Monna Neccia, iscritta nel registro delle imposte nel 1359; Monna Jacopa, attiva
nel corso della peste del 1374; e tra il 1320 e il 1444 si trovano 10 donne iscritte all’Arte dei Medici e
degli Speziali, ma su di esse mancano altre informazioni.
Anche in altre regioni europee le donne poterono esercitare la professione medica godendo di grande
seguito. Secondo alcune fonti a Francoforte erano assunte stabilmente 16 donne medico e una di esse,
figlia di un medico, ricevette un compenso doppio per avere soccorso e curato dei soldati feriti (1394).
A Parigi l’ostilità verso le donne era molto forte, tanto che una donna medico, Felicie de Alemania, venne
denunciata perchè operava senza laurea, come anche altre due donne, Margarete di Ipra e l’ebrea Johanna
Belota. Poichè la medicina era considerata un’arte, doveva essere appresa attraverso i testi, ma era
impossibile per una donna accedere agli studi poiché era necessaria una autorizzazione che veniva fornita
solo per le cure a donne e bambini; per questo nel Trecento alcune donne che esercitavano la medicina
senza permesso vennero processate e scomunicate.
E’ difficile stimare il numero di chirurghe e infermiere operanti nel corso dei secoli sia per mancanza di
fonti, sia perchè venivano associate al lavoro di padri o mariti medici, che non di rado utilizzavano il loro
contributo senza riconoscimento e visibilità; esse venivano oscurate perchè risultavano scomode in quanto
cercavano di conquistarsi un posto in un ambito professionale considerato proprio degli uomini. I
documenti testimoniano la presenza di donne esperte in medicina solo quando erano al servizio delle città
o dei membri della classe dirigente.
