Analisi politica e sociale della realtà latinoamericana

da Santiago del Cile

Mi é stato chiesto un commento ai risultati delle ultime elezioni presidenziali in Cile che hanno visto eletto il candidato delle destre, Juan Antonio Kast, con un 60% di voti, mentre la candidata comunista delle sinistre ha perso con un 41 di preferenze. É difficile fare un’analisi a freddo, a poche ore dei risultati. Vi mando alcuni pensieri improvvisati da precisare e correggere. Nella storia democratica del Cile, é la prima volta che un candidato alla Presidenza prende tanti voti: più di 7,5 milioni, più della metà della popolazione votante. Una disfatta totale per le sinistre e per questo governo che sicuramente é una delle cause più evidenti della disfatta elettorale oltre alla paura naturale del Cile verso un candidato o candidata comunista che tuttavia non é stata capace di riconoscere il regime cubano come una dittatura e addirittura giorni fa considerava la Premio Nobel della Pace venezuelana come una che ha tentato spesse volte di appoggiare un colpo di Stato. L’allegria della gente é comprensibile, era simile alla gioia che si vedeva attorno quando vinse il NO alla dittatura di Pinochet il 5 ottobre del 1988. Quest’ultimo governo é stato un governo che ha promesso l’indicibile e non ha ottenuto quasi nulla; caratterizzato da una grande inesperienza politica, con un presidente giovanissimo e una forza politica, il Frente Amplio, che appena cominciava ad entrare nel panorama politico del Paese e che subito si é caratterizzato per esser corrotto e per proporre cambiamenti radicali senza quella prudenza e dialogo necessari per costruire accordi e cambiamenti progressivi senza conflitti e divisioni. Ha subito proposto un cambio di Costituzione presentando un progetto idealista, femminista, rivoluzionario, inaccettabile e assurdo. É stato un fallimento per il tradimento alle promesse fatte.

L’altro fattore determinante é stata la violenza incontrollabile e incontrollata che ha costretto i cittadini a rinchiudersi in casa davanti a bande internazionali di narcotrafficanti, estorsori, sequestratori che si uccidevano tra loro e rendevano impossibile la vita normale di tutti i cittadini. E poi l’ingresso incontrollato di immigranti venezuelani, colombiani, peruviani, haitiani privi di documenti molti, e molti appartenenti a bande criminali nei loro paesi, alcune delle quali liberate di proposito dalle carceri venezuelane, come il famoso Tren de Aragua e altre. C’é un ritorno alle destre in tutto il continente dopo il fallimento disastroso del Socialismo del XXI secolo partito con Chavez in Venezuela e sostenuto da Cuba ed altre dittature come in Nicaragua ed altri paesi legati al narcotraffico come Messico, Bolivia, Colombia. Paesi dove si tortura, si sequestra, e dove il Popolo é ridotto alla miseria, alla fame, senza libertà, diritti, elettricità, acqua e cibo, senza lavoro e precaria assistenza medica. Dove lo Stato s’é impadronito di tutto e ha limitato ogni minima libertà civile. Paesi dove le sinistre per anni e anni hanno rubato a mani piene, impoverendo il proprio paese e indebitandolo all’infinito, come in Brasile e Argentina soprattutto. Le sinistre in questo Continente, legate spesso al narcotraffico, sembrano più un’associazione a delinquere che un conglomerato di partiti e cittadini uniti dall’interesse per lo sviluppo e la soluzione dei problemi sociali dei vari paesi del Continente. Per un altro lato c’é nei partiti di destra una maggiore responsabilità democratica. Le loro proposte sembrano più sociali di quelle delle stesse controparti di sinistra. Il fallimento in generale dei partiti di centro – centro destra e centro sinistra – ha permesso che la disperazione generalizzata desse maggior spazio e speranza ai partiti delle posizioni estreme. Resta un po’ ovunque, e qui ancor più, il grosso problema della crisi dei riformismi moderati, sia di centrodestra che di centrosinistra. Per questo preoccupa. Poco aiuta il modo di vedere europeo che continua, in una ignoranza culturale ormai radicata, a leggere giudicare e definire la realtà latinoamericana con uno sguardo di sinistra degli anni ’70-’80: l’idea di una superiorità morale e intellettuale nel continuo e rinnovato colonialismo, che considera sempre questo continente come sottosviluppato e ritardato. Il pregiudizio radicato delle sinistre che si considerano “progressiste” in contrasto con le destre definite per principio legate alla tradizione e “retrogradi”, non favorisce tuttavia una lettura corretta e un dialogo aggiornato per comprendere la realtà sociopolitica del Continente al di là di una lettura comunista o solamente economica. Chi dà il diritto a una parte di autodefinirsi “progressista”, magari solo perché appoggia l’aborto libero e l’eutanasia o favorisce una maggiore intrusione dello Stato nella famiglia, nell’educazione, nella informazione e così via? O non sarà forse più “progressista” chi sa dialogare cogli altri o chi difende la vita e la famiglia ad ogni costo, chi si dedica all’infanzia e investe in educazione o in arte e cultura?

Una discussione da fare e soprattutto da esigere è che nessuno si impossessi di autodefinizioni escludenti e indiscutibili che poi non corrispondono mai alla realtà. Si continua a leggere questo Continente con una mentalità colonialista, razzista e classista, e con una superiorità intellettuale e moralista (dove “morale pro” coincide con “amoralità”)  data per acquisita. Si continua a considerare “retro” la fedeltà alle proprie tradizioni, alla famiglia, alla patria, alla propria cultura, alla religione e alla fede, mentre si considera “pro” la libertà “individuale” , l’aborto e l’eutanasia, la religione ristretta all’ambito privato e la ricchezza, un successo; la povertà invece, una colpa dovuta ad incapacità di iniziativa, e così via. A tutti questi concetti e pensieri (e moltissimi altri di cui a volte nemmeno ce ne rendiamo conto se siamo europei occidentali) spesso uniti al pensiero contemporaneo delle sinistre europee che complottano per il dominio economico del mondo, i popoli oppressi stanno reagendo, con un desiderio ogni volta più incontrollabile di liberazione. Di liberazione globale questa volta e in modo speciale da chi si serve dei poveri per arrivare al potere e del conflitto sociale per governare. Non é più la lotta al padrone delle terre, ma la lotta al padrone della cultura che discrimina e decide chi é “progressista”, “libero” o “degno” da chi invece é considerato di seconda categoria e necessitato di “liberazione”. 

Sono solo le prime reazioni, poi anche qui appariranno le Generazioni Z e le altre generazioni, che hanno cominciato a studiarsi la filosofia da soli, rifiutando ogni indottrinamento e ogni lettura della storia e del pensiero in chiave univoca, venga da estremismi di destra o dalle dogmatiche sinistre, dai tolleranti o dagli intolleranti o da chi sempre più gestisce il controllo del mondo, soprattutto tecnologico e informativo.

Mariano Malacchini, Santiago del Cile