Corinaldo, Goteborg, Bangkok…Quando la discoteca diventa una trappola mortale e ripetitiva. E’ capitato anche a Crans Montana, paradiso svizzero del lusso e culla di vacanze vip, da Jackie Kennedy ad Alain Delon, da Gina Lollobrigida a Charles Aznavour. Dove una grande tragedia si è consumata fra carenza di misure di sicurezza e deficit di buonsenso. Quando il divertimento si trasforma in pericolo, non è mai “fatalità”. È una scelta mancata. Corinaldo, Göteborg, Bangkok: nomi lontani tra loro, uniti da una stessa, tragica lezione. A questa lista si aggiunge Crans-Montana, simbolo patinato di eleganza e vacanze esclusive, rifugio di celebrità e immaginario dorato. Proprio lì, dove il lusso dovrebbe garantire eccellenza e cura, una discoteca è diventata una trappola. Non per sfortuna, ma per una somma di carenze: sicurezza insufficiente e buonsenso evaporato.
Ogni volta che una folla si accalca in uno spazio chiuso, la sicurezza non è un dettaglio tecnico: è il cuore del problema. Uscite di emergenza libere e segnalate, capienze rispettate, personale formato, controlli seri. Non sono optional, non sono costi da limare. Sono il patto minimo tra chi organizza e chi partecipa. E quando quel patto viene tradito, il prezzo lo pagano sempre i cosiddetti innocenti. C’è poi un’altra responsabilità, più sottile ma altrettanto decisiva: quella culturale. L’idea che “tanto non succede niente”, che l’eccezione sia altrove, che il prestigio del luogo basti a garantire sicurezza. È una narrazione comoda, ma falsa. Le tragedie dimostrano che il rischio non guarda il conto in banca né il nome sulla porta. Guarda le procedure, l’attenzione, la prevenzione. Le istituzioni hanno il dovere di vigilare senza sconti, gli organizzatori di progettare pensando allo scenario peggiore, non al profitto migliore.
Ma anche il pubblico ha un ruolo: pretendere sicurezza, rispettare le regole, segnalare anomalie. Il buonsenso non è un freno al divertimento; è la condizione perché il divertimento resti tale. Ogni tragedia riapre il dibattito, accende promesse, annuncia controlli straordinari. Poi, spesso, cala il silenzio. Finché non succede di nuovo. Spezzare questo ciclo è l’unico modo per onorare chi non c’è più: trasformare l’indignazione in standard, la memoria in norme, la retorica in pratica. Le discoteche dovrebbero essere luoghi di musica, incontro, divertimento. Non camere a gas e dell’azzardo. Se continuiamo a chiamare “imprevedibile” ciò che è ampiamente prevenibile, allora non stiamo solo fallendo come sistema: stiamo scegliendo di non imparare. E questo, sì, è davvero imperdonabile.