tra potere, diritto e interessi.
Nel primo mese del 2026 la politica estera degli Stati Uniti ha mostrato una serie di mosse che hanno sorpreso analisti, alleati e avversari, rivelando contraddizioni e ambiguità profonde nel ruolo globale di Washington. Queste dinamiche, da Caracas all’artico, da Teheran alle relazioni con i partner atlantici, mettono in luce la tensione tra proiezione di potere, diritto internazionale e realpolitik.
L’episodio più eclatante è stato l’attacco militare statunitense del 3 gennaio 2026 contro il Venezuela, culminato con la cattura del presidente Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores. Azione che numerosi esperti considerano una violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, poiché non autorizzata dal Consiglio di Sicurezza e non riconducibile a una legittima difesa collettiva o individuale — elementi entrambi richiesti dall’articolo 2 della Carta dell’ONU.
Critici sostengono che l’intervento, giustificato con il contrasto al narcotraffico e alla violazione dei diritti umani, sia stato in realtà spinto da interessi strategici e di accesso alle risorse, soprattutto petrolifere: un ritorno a logiche che ricordano la Dottrina Monroe e che ripropongono gli Stati Uniti come potenza disposta a usare la forza per plasmare la propria sfera di influenza nell’Emisfero occidentale.
Parallelamente, Washington ha mostrato segnali contrastanti anche nei confronti dell’Iran. Se da un lato si parla di possibili negoziati ad alto livello per alleggerire tensioni storiche, dall’altro l’amministrazione statunitense non ha escluso l’uso di minacce militari mirate o pressioni economiche per contenere ciò che percepisce come un regime destabilizzante in Medio Oriente. Tale ambivalenza riflette una strategia di deterrenza e presenza intermittente, piuttosto che un impegno diplomatico sistematico, suscitando inquietudini tra gli alleati e negli stessi paesi della regione.
Un altro esempio plastico di ambiguità riguarda la Groenlandia. Il presidente americano ha oscillato tra toni bellicosi — come l’idea di “fare qualcosa” sull’isola strategica dell’Artico — e aperture diplomatiche che hanno indotto la leadership groenlandese e danese a sperare in negoziati rispettosi delle rispettive linee rosse. Questo doppio registro è emblematico della difficoltà di Washington di conciliare interessi strategici globali con il rispetto delle sovranità altrui e degli equilibri multilaterali.
L’insieme di queste scelte — tra interventi militari, pressioni geopolitiche e dichiarazioni strategiche spesso dissonanti — porta alla luce un quadro caratterizzato da contraddizioni strutturali. Da un lato, gli Stati Uniti rivendicano la leadership nel preservare la sicurezza internazionale e nel difendere valori democratici; dall’altro, le loro azioni sollevano interrogativi sulla legittimità, sulla coerenza con il diritto internazionale e sull’efficacia a lungo termine.
In questo contesto, uno degli aspetti più inquietanti è la progressiva erosione delle regole multilaterali: quando l’uso della forza è giustificato unilateralmente e la deterrenza si fonda sulla minaccia piuttosto che sul dialogo istituzionale, viene messa a rischio la stabilità stessa del sistema basato sulla cooperazione e sul diritto internazionale.
La politica estera americana del 2026, così come si sta delineando, è quindi un mosaico di ambiguità calcolate: capaci di trasmettere al tempo stesso fermezza e incertezza, potenza e improvvisazione, tutela degli interessi e scarsa trasparenza strategica. In un mondo sempre più multipolare, dove le grandi potenze competono su più fronti — economico, tecnologico, militare — questa ambivalenza rischia di complicare ulteriormente i rapporti internazionali e indebolire la fiducia nei meccanismi di regolazione globale.
Attilio Danese, col supporto tecnico di rassegna stampa e siti della Chatgpt24