…ignorando il patrimonio donato da un grande della cultura accademica e scioantropologica.
Il Comune di Teramo rinnova il “Patto della lettura” per il prossimo triennio, rilanciando con entusiasmo la candidatura del territorio a “Capitale italiana del libro”. Un’iniziativa che, almeno sulla carta, promette visione, partecipazione, crescita culturale. Ma c’è un dettaglio che stride, e non poco! Perché una città che ambisce a fregiarsi di un titolo così prestigioso non può permettersi di dimenticare – o peggio, di accantonare – uno dei patrimoni librari più preziosi mai ricevuti in dono.
Parliamo del lascito di Giuseppe Profeta, figura di riferimento nel panorama della cultura accademica e della scienza socioantropologica. Un intellettuale che ha scelto di donare alla città la sua raccolta personale: migliaia di volumi rari, spesso introvabili in Europa, oltre a documenti e materiali di straordinario valore scientifico. Un tesoro affidato alla Biblioteca Melchiorre Delfico. Eppure, secondo quanto denunciato da più parti, quel patrimonio giace ancora in scatoloni impolverati, invisibile alla comunità scientifica e ai cittadini. Non catalogato, non valorizzato, non reso fruibile. È qui che la retorica della “Capitale del libro” rischia di incrinarsi.
Il “Patto della lettura” è uno strumento importante: crea reti, coinvolge scuole, associazioni, librerie, promuove eventi. Ma la cultura non si costruisce solo con i festival e le inaugurazioni. Si costruisce soprattutto con la cura quotidiana del patrimonio, con la responsabilità verso ciò che è stato affidato alla comunità. Il lascito Profeta non è un deposito qualsiasi. È una collezione specialistica che potrebbe attrarre studiosi, ricercatori, università. Potrebbe diventare un centro di riferimento per la socioantropologia, un motivo di orgoglio e di richiamo nazionale e internazionale. Potrebbe, in altre parole, incarnare perfettamente lo spirito di una città che vuole candidarsi a Capitale italiana del libro. E, invece, resta chiuso.
La nostra non è polemica sterile. È una questione di coerenza. Se Teramo vuole proporsi come modello culturale, deve dimostrare di saper valorizzare ciò che già possiede. Non basta firmare protocolli o moltiplicare le iniziative, se poi si trascura un’eredità che rappresenta memoria, studio, identità. Ogni scatolone impolverato è un’occasione mancata. Ogni libro non catalogato è una voce che non parla. Forse il vero banco di prova per la candidatura non sarà la quantità di eventi organizzati, ma la capacità di aprire quegli scatoloni, catalogare, studiare, mettere a disposizione. Restituire alla città ciò che un suo cittadino illustre ha voluto donarle. Perché una Capitale del libro non si misura solo dai proclami, ma dalla cura concreta dei libri preziosi e introvabili che già possiede..