Il racconto di Peppe

Gino Mecca, Giservice, Teramo 2026

A Gino Mecca si deve la realizzazione di questo libro, perseguito con tenacia e passione amicale nei confronti del compaesano ‘geniale’, oggi affermato imprenditore. Si tratta di una vera sorpresa editoriale, e non solo per il nostro territorio: un racconto encomiabile che ha la dignità scientifica della sociologia che attinge alle storie di vita, inaugurata in Italia da Franco Ferrarotti. Non, dunque, la storia con la S maiuscola, ma quella microstoria costruita da persone tenaci e solidali, che solo superficialmente vengono considerate marginali, ma che in realtà, proprio affrontando coraggiosamente i colpi del destino, cavalcano gli eventi e sanno volgerli a profitto proprio e della società.

Il lettore può così venire a conoscenza della storia straordinaria di Peppe, un lavoratore e imprenditore abruzzese. La sua storia che poteva restare sconosciuta, se Mecca non avesse chiesto all’amico di ricostruire l’avventura della sua vita, disponendosi ad un ascolto attento e rispettoso della narrazione, secondo il punto di vista dell’intervistato. Il protagonista è Giuseppe Di Eleuterio che, sollecitato dall’intervistatore, lavora sulla memoria del suo vissuto personale e dimostra di aver esercitato una eccezionale resilienza di fronte alle avversità lottando con coraggio e genialità imprenditoriale. Ne aveva bisogno come imprenditore, quando sottoponeva la sua candidatura tenacemente, puntando sulla qualità dell’offerta, senza coperture e senza sottovalutare i rischi della concorrenza. Si è dimostrato un lottatore vincente capace di partire dalla costruzione di una gabbia per un coniglio e arrivare ad una azienda di 50 dipendenti. Peppe considera con soddisfazione l’ascesa sociale realizzata senza appoggi, grazie ai talenti di natura e a quella rara capacità di lottare profittando degli appigli offerti dagli eventi.

Lo scavo della memoria è frutto unitamente del protagonista, dell’intervistatore e dei collaboratori che hanno contribuito alla edificazione dell’azienda. Pregio aggiunto sono le foto d’epoca che oltre ad arricchire visivamente il racconto sono da considerare un documento storico-sociologico che integra il testo con la luce dei paesaggi, degli strumenti lavorativi e dei personaggi.

Peppe racconta esperienze di trionfo e anche umiliazioni cocenti, subìte da parte di datori di lavoro, di personaggi più potenti e di svizzeri verso un uomo venuto dal nulla e verso un immigrato. Eppure, sentendo Peppe ripassare il suo percorso di vita, risulta ancora più frustrante la mancanza di una adeguata formazione scolastica: “Che cosa mi è mancato nella mia vita e nell’esercizio della mia attività? Ti rispondo subito con una sola parola: la SCUOLA. Sì, la scuola, ovvero l’istruzione; mi è mancata veracemente e ne ho pagato le conseguenze per diversi aspetti e in molte circostanze. Ho sofferto molto – ad esempio – quando negli incontri, di fronte alle inesattezze di molti interlocutori “istruiti”, non potevo dire la mia, perché mi mancavano le parole”.

Un tratto pregevole del libro è quello di evidenziare l’importanza di una comunità, come è quella della famiglia di Peppe, forte nell’unità di fondo e nel rispetto delle differenze, quella dei collaboratori dell’azienda, riconosciuti nella loro professionalità e consapevoli dell’investimento di fiducia da parte del datore di lavoro, e quella dei paesani. Sia il protagonista sia Mecca si riconoscono inestricabilmente radicati nella cultura del loro paese, Scapriano, per cui il racconto è anche la foto di una comunità paesana solida e solidale, generalmente considerata limitante ma che sa essere riconoscente verso chi raggiunge il successo nel proprio ambito lavorativo.

Gino Mecca ha assunto le prospettive dei lavoratori “dal basso”. Non è l’intervistatore che osserva e trascrive restando fuori dal racconto, perché rivive empaticamente la propria storia insieme a quella altrui: il lettore percepisce la con-partecipazione affettiva alle umiliazioni e alla resilienza dell’amico. Infatti, pur avendo Mecca percorso le specifiche tappe scolastiche che lo hanno portato alla laurea e alla dirigenza scolastica, si riconosce decisamente dentro la storia narrata, nella condivisione dello sfondo complesso e travagliato di un condiviso contesto sociale, economico e culturale. Va a onore dell’intervistatore e dell’intervistato il fatto che non trascurano o sminuiscono quelle sane radici che hanno alimentato l’umiltà, l’onestà, la semplicità, il valore della famiglia, la forza nel sopportare le avversità. La distanza dei percorsi esistenziali e culturali viene decisamente superata da una attitudine paritetica al confronto dialogico. Per tutte queste ragioni il racconto è perciò anche co-racconto perché chi pone domande, condivide prima di trascrivere il parlato in un testo.

Non pochi lettori, leggendo questo libro, si riconosceranno nel vissuto di molti contadini dei paesini meno fortunati dell’Abbruzzo – come del resto di tanti contesti simili in ogni parte del mondo – i quali, benché protagonisti dello sviluppo del proprio territorio sono stati dimenticati dall’oblio dei posteri, trascurati dai media e dalla letteratura. Giuseppe, consapevole della meravigliosa avventura del suo percorso di vita, riconosce l’intreccio della sua vita con quella di quanti da Scapriano sono andati altrove ad affrontare l’incognito. Non potrebbe narrare la sua storia e ricostruire le tappe della sua identità senza chiamare in causa gli incontri e gli scontri sperimentati con persone con cui ha avuto a che fare e con le istituzioni che richiedevano prestazioni innovative cui era impreparato ma che ha saputo risolvere con l’ingegno.

Ancora una nota di pregio va al riconoscimento della capacità di fare buon uso degli errori: “Ti dico la verità, io rifarei tutto quello che ho fatto, perché anche se qualche volta non è andato tutto dritto, anche se qualche volta ho sbagliato, tuttavia gli errori mi sono serviti. Nel corso della vita bisogna anche fare l’esperienza dell’errore”.

Giulia Paola Di Nicola