Padre. Le relazioni padre/figlia in alcune Religioni del Libro sacro. Percorsi e prospettive

Marcella Farina (a cura di), LAS, Roma 2026

Da anni le salesiane della Facoltà “Auxilium”, con cadenza regolare annuale, s’incaricano di organizzare un Convegno internazionale sui temi della donna e delle relazioni di genere in occasione dell’8 marzo. Per il 7 marzo del 2025 il tema scelto è stato Le relazioni padre figlia/figlio nelle religioni del Libro Sacro. La professoressa Suor Marcella Farina, sempre attenta studiosa dei temi che approfondiscono le relazioni uomo donna, in sintonia con le colleghe della facoltà, ne ha curato dapprima l’organizzazione e poi la pubblicazione con la LAS.

Il titolo del libro annuncia il tema della paternità, centrandolo sulle relazioni di genere tra figlio e figlia. In realtà, sul piano scientifico e metodologico – sociologico, psicologico, pedagogico – i diversi saggi rilanciano le tematiche che da più di un decennio non pochi studiosi che si sono occupati della paternità hanno portato all’attenzione culturale del mondo postmoderno: il padre assente, il ritorno della paternità, la ineludibilità della figura del padre nell’educazione dei figli. Non manca l’analisi delle figure simboliche di paternità maternità nell’epistolario paolino.

Sull’onda dell’opinione diffusa che la figura paterna sia oggi la più esposta e la più fragile a causa dei noti problemi legati alla frantumazione delle famiglie, il libro mette in evidenza che la natura non aiuta a diventare padri, come invece fa per la madre e che di conseguenza i papà devono costruire il rapporto aiutandosi con uno sforzo della volontà. Come in un laboratorio quotidiano, alla nascita di un figlio il padre è chiamato a ridefinire la propria identità e ad accettare il compito di modulare i rapporti sia come marito che come genitore.

La ricerca delle categorie che delineano la paternità va spesso a cadere sul tema dell’autorità, sebbene riformulandola con l’attenuare l’attitudine prescrittiva di cui il padre era rivestito nella cultura antica. Il tema risulta comunque ambivalente, giacché è proprio l’autorità esercitata in nome della identità maschile che ha provocato il rifiuto e l’occultamento del ruolo paterno. Innumerevoli gli studi su questo aspetto da parte della letteratura femminista. In famiglia non si dovrebbe parlare di autorità se non collegandola all’autorevolezza, la quale connota la persona e può dunque riferirsi alla madre o al padre o a entrambi: emana dall’essere e dallo stile di vita della persona. Troppo ha pesato la figura tipo del padre padrone, la cui autorità veniva di fatto esercitata e percepita come potere, per cui di fatto spesso si obbediva al padre ma si ascoltavano i consigli della madre.

Qui s’incontra il nodo della relazionalità della persona: il padre svolge propriamente la sua funzione genitoriale nel rapporto di reciprocità con la madre e viceversa: senza la circolarità dell’amore di coppia, anche la genitorialità e la relativa autorevolezza naufragano. I figli osservano come il papà sa uscire affrontando il mondo esterno e tornare a casa, sa vivere con coerenza le regole che trasmette, dopo averle condivise con la mamma: è infatti nelle relazioni quotidiane che essi verificano la disposizione non parolaia né moralistica ma effettiva al rispetto dell’altro. I figli apprendono così a crescere come persone ‘con’ e ‘per’ gli altri e da cui traggono il muto invito a realizzare una vita sana e felice.

L’insostituibile compito educativo dei genitori si realizza alimentando un dialogo orientativo con i figli, che ne solleciti e accompagni l’autoregolamentazione emotiva, intellettuale, comportamentale, spirituale, secondo i registri della prossimità e della distanza che le circostanze e le diverse personalità richiedono.

Nella Bibbia Abramo è figura di un padre che non è chiamato a possedere e gestire un figlio, ma ad associarlo nella ricerca sempre imperfetta ma sempre desiderata di quel terzo del rapporto tra persone che è lo Spirito che unisce e distingue.

Gli autori non eludono la difficoltà, particolarmente sentita oggi, di cercare la giusta postura tra il padre padrone e il padre amico. È un compito particolarmente instabile e faticoso, se non si fa riferimento ad un perno dell’equilibrio di coppia, che va oltre essa. Dev’esserci un terzo, un ideale comune. Nel nostro caso: la fede. “Non chiamate nessuno Padre” sta ad indicare che ogni persona, benché aiutata e indirizzata da un’altra, non ritrova se stessa se non sviluppa la propria individualità distinguendola da ogni idolo ingannevole, che si tratti dei miti dei mass-media oppure del padre e della madre.

Niente è scontato in questo campo. Mi piace richiamare la figura di Giuseppe, archetipo del padre a servizio, custode, pronto a difendere e proteggere piuttosto che a guidare. Egli è figura esemplare, come Maria, di chi si lascia guidare dallo Spirito per individuare la stella che orienta il comune percorso familiare.

Se la figura del padre va riformulata, altrettanto lo è oggi quella del figlio/figlia. Troppe le critiche che i figli rivolgono ai genitori sull’onda di uno psicologismo di maniera e rivendicativo. Troppo rara l’adesione a quel comandamento antico e sempre valido ‘Onora il padre e la madre’, che segna la maturità del processo di crescita figli tanto da renderli capaci di essere a loro volta madri e padri dei loro genitori. Niente è scontato: si tratta di processi ricchi di inquietudini, di tensioni, ma anche di momenti esaltanti che sfuggono alle soluzioni frettolose e scontate.

La domanda che si pone il lettore è: il figlio e la figlia osservando il modo in cui il padre affronta relazioni, conflitti, ostacoli, sono ugualmente sostenuti nella ricerca della loro soggettività di genere e nella loro vocazione? Riescono a trovare nei genitori e particolarmente nel padre quella conferma del valore della loro individualità di cui hanno bisogno per crescere? Tutti gli autori dei saggi presenti nel libro danno grande importanza alla postura del padre, alla sua testimonianza, alla sua capacità di controllare la sua forza e contenere gl’impulsi orientandoli al buon essere dell’altro. Vorremmo tuttavia maggiormente sviluppata l’attenzione ai processi educativi nei confronti delle figlie, nell’ottica dell’uguaglianza e della differenza di genere.

La complessità del tema diviene particolarmente evidente quanto più si prende in considerazione la differenza tra figlio e figlia in relazione al Libro sacro. Il tema si annuncia nel titolo, ma rispetto alle attese suscitate non risulta abbastanza approfondito. Sarebbe meritevole di ulteriori ricerche che indaghino sulla qualità e gli effetti del differente modo di rapportarsi di un padre al maschio e alla femmina. È proprio del Libro sacro, infatti, quella centralità del rapporto padre figlio che segna la genealogia, la trasmissione del cognome e del potere, che oggi è contestata dalle femministe in quanto discriminante. Evidentemente non è facile per le figlie né per i padri e le madri sfuggire alle maglie di rapporti gerarchici e dell’omologazione tra i sessi. Occorre tuttavia analizzare francamente questi aspetti legati alla cultura androcentrica e farne una lettura contestualizzata all’epoca storica e agli estensori dei testi, proponendo una lettura che eviti di convalidare modelli superati. Le ermeneutiche tradizionali faticano a far presa su una cultura postmoderna anche cristiana che chiede di chiarire il senso vero e concretamente realizzabile del versetto biblico “maschio e femmina li creò”. Si trova in quel versetto l’indicazione profetica dell’uguaglianza e della differenza.

Il libro ci mette di fronte alla complessità di un compito senza facili soluzioni, come del resto non lo sono le relazioni trinitarie. Sta forse in questo la fecondità del testo: porre domande senza la pretesa di soddisfarle con risposte stereotipate. Del resto, cos’altro di più ha da fare un libro se non dare da pensare?

Giulia Paola Di Nicola