Tra strategia e dismisura: Trump e la crisi della razionalità politica.

L’analisi di Federico Rampini si muove lungo una tensione che non può essere risolta con categorie semplici. Da un lato, cresce negli Stati Uniti – e non solo tra gli avversari politici – la percezione di un Donald Trump sempre più imprevedibile, meno “acuto”, attraversato da tratti che alcuni osservatori leggono come declino cognitivo o squilibrio. Dall’altro lato, questo giudizio convive con una sostanziale tenuta del sistema politico che lo sostiene: il Partito repubblicano, il Congresso, il suo entourage.

Non è una contraddizione secondaria. È il cuore del problema.

Se infatti la “follia comunicativa” fosse soltanto tale, non si spiegherebbe la sua efficacia né la sua resilienza politica. Rampini suggerisce implicitamente che siamo di fronte a una zona grigia, in cui elementi di dismisura personale e razionalità strategica coesistono e si alimentano reciprocamente.

Gli episodi che alimentano la diagnosi di squilibrio – dalle invettive contro il Papa fino alla messa in scena di un Nobel immaginario – non possono essere liquidati come semplici eccentricità. In essi si manifesta una forma di costruzione della realtà centrata sull’ego, che alcuni interpreti leggono come “delirio di grandezza”. Ma proprio questa costruzione produce effetti politici reali: mobilita, polarizza, impone agenda.

La questione, allora, si sposta: non tanto stabilire se Trump sia “razionale” o “irrazionale”, quanto comprendere quale tipo di razionalità operi in un contesto in cui la coerenza non è più condizione di credibilità.

Questo nodo emerge con particolare chiarezza nel rapporto con il suo elettorato. Rampini osserva che alcune recenti intemperanze colpiscono settori tradizionalmente favorevoli, come parte del mondo cattolico americano. Non è solo un errore tattico: è il segnale di una comunicazione che non si misura più sulle alleanze sociali, ma sulla propria logica interna, autoreferenziale.

Il passaggio geopolitico rafforza questa lettura.

L’idea diffusa che la guerra con l’Iran rappresenti un vantaggio netto per la Cina viene smontata attraverso analisi provenienti dallo stesso mondo degli economisti cinesi. Ne emerge un quadro strutturalmente ambivalente: la Cina può trarre beneficio dall’indebolimento relativo degli Stati Uniti, ma subisce al tempo stesso contraccolpi significativi – in primo luogo l’esposizione ai prezzi energetici e alle rotte del Golfo.

L’economia cinese appare vulnerabile proprio nei suoi punti di forza: integrazione globale, dipendenza energetica, centralità nelle catene di valore. L’aumento dei prezzi del petrolio produce effetti a catena – inflazione importata, compressione dei consumi, riduzione dei margini industriali – che rendono il conflitto tutt’altro che vantaggioso.

E tuttavia, nello stesso tempo, emergono opportunità: il possibile logoramento strategico degli Stati Uniti, il rafforzamento relativo di alcuni settori, perfino l’accelerazione della transizione energetica. È una logica tipicamente dialettica, in cui rischio e vantaggio si intrecciano.

La postura di Pechino riflette questa ambivalenza. Ufficialmente neutrale, in realtà prudentemente coinvolta, la Cina sembra muoversi su un crinale: sostenere l’Iran senza esporsi. Le ipotesi di forniture militari indirette – se confermate – indicherebbero una strategia di influenza senza assunzione esplicita di responsabilità.

È qui che il comportamento di Trump si ricolloca. Le sue minacce di ritorsioni contro la Cina, in caso di aiuti a Teheran, inseriscono il conflitto iraniano dentro una dinamica più ampia: il confronto sistemico tra Stati Uniti e Cina. La guerra regionale diventa così un possibile detonatore globale.

Ma questo ritorno alla dimensione strategica non cancella la domanda iniziale, la rende più urgente.

Se una leadership percepita da molti come instabile riesce comunque a esercitare un’azione coerente sul piano internazionale, allora il problema non riguarda solo l’individuo. Riguarda il contesto che rende possibile – e in parte efficace – questa combinazione di dismisura e calcolo.

Rampini, senza dirlo esplicitamente, lascia intravedere una trasformazione più profonda: una politica in cui la distinzione tra razionalità e irrazionalità perde nitidezza, e in cui la costruzione simbolica della realtà diventa essa stessa uno strumento di potere.

È forse questo il punto più inquietante. Non che esista un leader “fuori misura”, ma che la misura stessa – quella che un tempo definiva i confini del discorso politico – appaia oggi indebolita.

E questo non riguarda solo gli Stati Uniti.

A.D. con la rassegna sitografica  delle fonti Cinesi operata da Open AI e la fonte  dell’articolo di Rampini su Corriere della sera on line del 14.04.2026