Pace, diritto alla difesa e logica della forza

Il pacifismo cattolico dopo Ucraina, Gaza e Iran

Le guerre contemporanee hanno riportato al centro una domanda che sembrava appartenere soprattutto al Novecento: come può il cristianesimo parlare di pace in un mondo attraversato da aggressioni, invasioni, terrorismo, distruzioni sistematiche e crisi umanitarie?

L’Ucraina e Gaza, in modi diversi, rappresentano una prova drammatica per il pacifismo cattolico. Da una parte emerge con forza il diritto dei popoli alla difesa; dall’altra diventa sempre più evidente che la guerra moderna tende a travolgere limiti morali, colpendo soprattutto i civili e alimentando spirali di odio difficili da spezzare.

Le tensioni che coinvolgono l’Iran e l’intero Medio Oriente mostrano inoltre quanto l’orizzonte della sicurezza, se resta prigioniero dell’escalation, renda ogni equilibrio internazionale fragile e temporaneo.

In questo contesto, il linguaggio della Chiesa rischia spesso di essere percepito come ambiguo o insufficiente. Quando i pontefici invocano cessate il fuoco, negoziato, dialogo e disarmo, alcuni temono che tali richiami finiscano per favorire l’aggressore o per ignorare il diritto degli aggrediti a sopravvivere. Eppure il nodo vero non è solo geopolitico: è anzitutto antropologico e spirituale.

L’insistenza sul negoziato non nasce da ingenuità, ma dal riconoscimento del rischio di escalation e dalla convinzione che la guerra, una volta normalizzata, diventi un sistema che si autoalimenta. Parallelamente, la denuncia di un’industria delle armi e della cultura della deterrenza richiama il fatto che la forza, se assolutizzata, non garantisce stabilità: spesso produce solo nuove vulnerabilità e nuove vendette.

Nel caso di Ucraina, la questione più drammatica riguarda la resistenza all’invasione e la responsabilità internazionale verso gli aggrediti. Nel caso di Gaza, al centro emerge la tutela dei civili e la gravità della crisi umanitaria, dentro una dinamica in cui terrorismo, sproporzione della risposta e radicalizzazione reciproca rischiano di rendere ogni via di uscita sempre più remota.

Le crisi mediorientali, con il coinvolgimento diretto o indiretto di attori regionali e internazionali, mostrano infine come la guerra moderna tenda ad allargarsi oltre il punto di origine, rendendo più ardua la gestione politica delle tensioni.

Dai primi interventi, Leone IV ha posto al centro un’idea di pace “disarmata e disarmante”: una formula che intende sottrarre la pace alla sola logica dell’equilibrio militare e della paura.

La sua impostazione insiste:

• sulla dignità della persona;
• sulla responsabilità politica;
• sulla diplomazia;
• sui limiti morali della guerra contemporanea.

Non si tratta di sostenere un pacifismo assoluto, né di costruire una teologia della forza. Piuttosto, la domanda è più profonda: può la sicurezza dell’uomo fondarsi indefinitamente sulla superiorità militare? Se la forza diventa principio salvifico della storia, l’umano si indebolisce; se invece la politica riconosce limiti e finalità, la pace può diventare un criterio e non solo un esito.

D’altra parte, una società ha diritto a difendersi quando viene aggredita: negarlo significherebbe abbandonare gli innocenti alla violenza.

Il cristianesimo, però, teme che la difesa si trasformi in logica permanente della forza, in cui:

• la sicurezza deriva solo dalla superiorità militare;
• il nemico viene disumanizzato;
• la pace coincide con l’equilibrio della paura;
• la guerra diventa uno strumento normale della politica.

È per questo che, nel magistero contemporaneo, torna con insistenza l’idea che nessuna guerra moderna possa essere considerata davvero “redentrice” o “purificatrice”. La forza può risultare talvolta inevitabile, ma non può diventare il criterio ultimo del bene comune.

pace evangelica non rimuove il male storico: riconosce l’aggressione, la violenza, il terrorismo. Ma pone una domanda radicale: cosa resta dell’umano quando la forza diventa il criterio ultimo della convivenza?

Forse oggi la riflessione cristiana è chiamata a tenere insieme tre verità senza ridurle l’una all’altra:

• riconoscere il diritto alla difesa;
• proteggere gli innocenti;
• impedire che la guerra diventi l’orizzonte inevitabile della civiltà.

“Pace sia con voi” resta allora una parola esigente, incompiuta e persino scandalosa: non offre soluzioni geopolitiche immediate, ma ricorda che la pace non può nascere stabilmente dalla paura, dall’umiliazione o dall’annientamento reciproco.

E nessuna vittoria militare, da sola, può sostituire la riconciliazione tra gli uomini, la giustizia tra i popoli e il riconoscimento della comune dignità umana.

Attilio Danese con rassegna sitografica e stampa di ChatGPT