Il 2 giugno 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana: il 2 giugno 1946 si svolse il referendum istituzionale che sancì la fine della monarchia sabauda e l’avvento della democrazia, dopo un ventennio di potere dittatoriale. Fu una consultazione popolare, cui per la prima volta nella storia del nostro Paese furono ammesse anche le donne e alcune furono elette quali membri dell’Assemblea Costituente, eletta contestualmente al referendum.
Il concetto di democrazia, potere del popolo, è legato al significato etimologico del termine, dal greco démos (popolo) e cràtos (potere, comando); ma entrambi i termini possono assumere diverse accezioni. Oggi con il termine democrazia si intende un corpo politico che si regge su un sistema rappresentativo eletto a suffragio universale. Scrive Norberto Bobbio: “la democrazia è caratterizzata da un insieme di regole…che stabiliscono chi è autorizzato a prendere decisioni collettive e con quali procedure”, e sostiene che il corretto funzionamento dei meccanismi procedurali si deve basare sulla garanzia dei diritti di libertà, di opinione ed espressione, di riunione e associazione. A questo concetto si è giunti dopo secoli di riflessioni teoriche ed esperienze storico-politiche, a partire dal primo apparire di un regime politico designato con questo nome; nel corso dei secoli si sono sviluppati sistemi democratici con caratteristiche differenti a seconda delle tradizioni, della cultura, delle condizioni dei diversi paesi. Il concetto di democrazia, insieme a quelli ad esso collegati di legge e giustizia, è stato al centro della riflessione di filosofi e giuristi per molti secoli a partire dai Romani, maestri del diritto, ma i principi essenziali sono quelli formulati dai Greci.
La democrazia affonda le sue radici nella Grecia classica; istituzioni democratiche si sono sviluppate in alcune colonie greche dell’Asia minore e successivamente in altre pòleis greche, ciascuna con una propria fisionomia (1) , ma la forma più conosciuta è quella che si è sviluppata in Atene tra il VI e il V secolo a.C. . Atene rappresenta un punto di riferimento politico e ideologico, oltre ad essere una concreta potenza militare, inoltre su Atene vi è una sovrabbondanza di testimonianze, rispetto alle altre città greche, e ciò spiega l’enorme fascino della democrazia ateniese sui contemporanei e soprattutto sui posteri, tanto da costituire un valore e un modello educativo. A fronte della “democrazia” ateniese si colloca di solito il regime militare di Sparta, la cui organizzazione sociale e politica è radicalmente diversa da quella ateniese e certamente meno imitata rispetto alla rivale attica; si può dire che il modello spartano sia stato il punto di riferimento ideologico dei ceti conservatori e militaristi, mentre quello ateniese ha rappresentato il punto di riferimento dei gruppi più portati al rinnovamento e all’apertura politico-sociale.
Il carattere principale della democrazia antica è la libertà dello stato, entro il quale soltanto può esserci libertà per il cittadino; al contrario il concetto moderno si riassume nella libertà dallo stato, cioè nella rivendicazione del privato sul pubblico. I regimi delle pòleis greche giungono alla democrazia attraverso una serie di fasi: dalla monarchia, in cui il re è capo del ghènos più potente e divide la potenza con gli altri maggiorenti, si passa alla formazione delle oligarchie aristocratiche fino al VI secolo; vi è poi una fase di transizione quando l’aristocrazia entra in crisi, in coincidenza con la richiesta di terra e con il flusso migratorio verso le colonie. La pressione dei ceti più poveri provoca delle lotte sociali, per risolvere le quali sorgono gli arbitrati o i grandi mediatori: è questa l’origine della tirannide, come risposta alle esigenze della classe popolare.
Il processo di democratizzazione in Atene segue il percorso costituzionale da Solone (che è stato definito più un “demotico” che un democratico, per il fatto che non gli interessava la partecipazione del popolo alla vita politica, ma voleva un allargamento a fini censitari), a Pisistrato (tiranno popolare), a Clistene, autore della costituzione del 508. La costituzione di Clistene ispira l’attività politica di Efialte e di Pericle; il suo assunto di base è che gli Ateniesi si ritengono autoctoni e quindi di stirpe omogenea, senza mescolanze o sovrapposizioni; l’omogeneità implica una certa uguaglianza politica fra i cittadini anche in presenza di disuguaglianze economiche e sociali. Lo sviluppo del ceto artigiano porta a una progressiva democratizzazione, infatti la costituzione introduce un sistema decimale: vi sono dieci tribù, la partecipazione dei demi delle tribù è ammessa in parti uguali; l’assemblea è costituita da tutti i cittadini liberi (con esclusione delle donne, dei fanciulli, degli schiavi e dei meteci) e si riunisce 10 volte ogni anno; le decisioni sono sovrane; le cariche sono conferite sulla base del criterio del sorteggio e della rotazione, da cui scaturisce un’ampia possibilità per ogni cittadino di partecipare alla vita politica, anche perché le cariche sono di breve durata. Nel regime democratico la sovranità è del popolo e della legge: della legge come espressione del volere del popolo; il problema sta sia nella variabilità del volere sia nell’impossibilità che il popolo stesso sia completamente controllato dalla legge. Per questo la democrazia ateniese è combattuta fra le tendenze rappresentative e le tendenze plebiscitarie, e il conflitto non viene risolto nell’antichità (e anche nell’età moderna). Per questo le contraddizioni intrinseche del sistema democratico sono utilizzate dalla letteratura antica (aristocratica) che vede nella democrazia la premessa della tirannide, intesa negativamente.
Nell’evoluzione politica greca occorre distinguere un aspetto concettuale, la riflessione sui temi della vita associata e sulle varie forme di governo possibili, dal piano storico, rappresentato dall’affermazione della nuova realtà politica. Il piano teorico coinvolge intellettuali e filosofi, in particolare i sofisti e il gruppo dei socratici; si passa così dalla ricerca di un ordine naturale basato su un modello storico-politico arcaico allo sviluppo dei concetti che saranno alla base della filosofia politica anche nelle epoche successive: l’uomo, la società, la legge, lo stato. Il contributo decisivo per l’evoluzione del concetto di democrazia è dovuto ai sofisti; essi ritengono che le leggi non derivano dalla volontà degli dei, ma sono frutto di una codificazione umana, scritta e oggettiva, sono fondate su principi e valori che non hanno validità oggettiva, ma rappresentano la guida al comportamento dei cittadini. Alcuni sofisti distinguono tra legge positiva, scritta, e legge naturale, non scritta ma presente nella natura, e come tale universale ed eterna; tra nòmos e physis ; tra legge dovuta all’elaborazione umana, convenzionale, e legge originaria, valida per se stessa. Ma pur nella varietà delle posizioni teoriche condividono le posizioni democratiche, presentandosi come maestri di sapienza, implicitamente riconoscendo che ogni uomo è capace di quella “virtù politica” che ritengono di potere sviluppare attraverso un’adeguata formazione (il loro insegnamento).
I caratteri fondamentali della democrazia ateniese sono mirabilmente descritti nel grande discorso che Tucidide attribuisce a Pericle nella Storia della guerra del Peloponneso: il diritto dei cittadini a partecipare direttamente alla promulgazione delle leggi e alle decisioni più importanti per la città; la libertà come valore politico e sociale; la personalità del cittadino, considerato come soggetto politico attivo e non come suddito; la valorizzazione della razionalità della legge, considerata fonte e garanzia di giustizia. La legge e la giustizia sono, infatti, i due elementi che rappresentano il punto chiave nel passaggio dal regime aristocratico alla democrazia. Nella Grecia arcaica la giustizia, Dike, è una divinità (nel poema di Parmenide Dike custodisce la porta della verità), ma nella legislazione di Solone è Eunomìa, la buona legge, come quella da lui scritta per i suoi concittadini. Il buon cittadino è colui che obbedisce alla legge; questa peraltro non è considerata espressione di un gruppo o di una parte, ma frutto della saggezza, cioè elemento razionale al di sopra di tutti e valido per tutti. I valori aristocratici, quali il culto della famiglia – Ghènos – e la difesa dell’onore della stirpe, vengono sostituiti dal rispetto delle norme e delle istituzioni, che tutelano la convivenza dei cittadini. La giustizia, dunque, non è più considerata qualcosa di divino, ma virtù civile per eccellenza.
Ciò si evince dal pensiero dei due massimi filosofi greci, Platone e Aristotele per i quali la giustizia assume doppia valenza etica e politica. Nella Repubblica Platone individua le virtù che devono regolare la vita dello stato: la saggezza, propria dei governanti-filosofi; la fortezza , che distingue i difensori dello stato; la temperanza, propria di coloro che devono provvedere alle necessità di tutti; ma tutte sono dominate dalla giustizia, che le armonizza affinché ogni classe svolga il proprio compito senza invadere il campo dell’altra. Per Aristotele la giustizia rappresenta il culmine delle virtù etiche, anzi corrisponde alla virtù nel senso più compiuto perché riguarda il comportamento virtuoso non solo sul piano individuale, ma anche in rapporto agli altri: essa “è una virtù perfetta, .. perché chi la possiede può servirsi di questa virtù anche ne riguardi di un altro e non solo di se stesso; … la giustizia è la sola delle virtù che sembra essere un bene altrui; essa infatti compie ciò che è utile ad altri, sia ai capi sia alla società”. “Questa giustizia non è una virtù parziale, ma è completa, e l’ingiustizia che le si oppone non è un vizio parziale, ma è un vizio completo”, tuttavia lo stesso filosofo ammette che una simile virtù “è opera difficile”.
(1) Aristotele aveva raccolto i testi di 158 Costituzioni, ma ci è pervenuta solo quella di Atene.