Accompagnami sull’orlo dell’altro mondo,/
voglio vedere quale aria c’è e se c’è./
Voglio scrutare l’assenza di colore/
o il colore inarrivabile che tutti involge/
e il tempo che non scorre tra le dita/
ma resta lì, impalpabile e duraturo./
Voglio afferrare l’ordinamento che c’è,/
forse gocce scintillanti di memorie future/
che danzano senza ricordi e senza attese/
in un mondo unico e indiviso/
e nessun orlo a delimitare mondi./
Prosa lirica sul cammino:
Tutto il cammino, anche il più lungo, anche il più accidentato e il più travagliato, inizia sempre con un primo passo.
Cammino, amo camminare da sola, su strade solitarie, dove alberi e case e campi coltivati e orti incolti e campi abbandonati e muretti a secco, corrono ai lati della mia retina, con tutta la loro alternanza di colori e consistenza fisica, generando una stimolazione visiva continua. Una festa, una musica, un racconto.
La percezione dei margini laterali non serve solo ad evitare ostacoli, ma mi invia un flusso costante di informazioni che mi dice che mi sto spostando nello spazio e se anche non lo conosco lo sto facendo in modo sicuro e in modo altrettanto sicuro mi sto allontanando dal punto statico capace di alimentare solo il tedioso pensiero ossessivo.
E intanto cammino, cammino e sono felice, cammino e ad ogni passo rielaboro l’orizzonte naturale che diventa all’istante familiare, entra nella mia mente e mi placa; acqua fresca di pozzo, capace di spegnere ansia e paura. Intanto che avanzo, le immagini del mondo sfilano al mio fianco e mi accarezzano, mi cullano, mi rilassano. Hanno lo stesso effetto di una seduta terapeutica. Di più.
Chi sono io? Sono i miei piedi; con loro sono andata molto lontano o molto vicino, non so, ma sono andata e con loro continuo ad attraversare il mondo, questa parte di mondo che amo indagare e le idee più belle mi affiorano mentre cammino.
Durante le mie camminate sorgono le domande più puntigliose, quelle che pretendono risposte. Mentre a passo leggero, sostenuto o pesante, calco le vie, un interrogativo si fa strada imperioso, pretende sapere se i pensieri che inondano la mia testa, provengono dalle sostanze che durante il cammino mi vengono incontro e istantaneamente s’imprimono sulla mia retina, o piuttosto dalla pressione che si stabilisce nell’area di mezzo racchiusa tra i miei piedi e il suolo che calco passo dopo passo in andatura di camminata o passeggiata.
A questa domanda potrei pervenire ad una risposta valida mettendo in atto una serie di esperimenti in linea con il metodo scientifico elaborato dal grande Galileo. Espressamente, dovrei avventurarmi in qualche camminata ad occhi chiusi, ma non è così semplice e, pur amando la scienza, preferisco declinare e allora provo a fare un esperimento indiretto: guardo un video, comodamente seduta in poltrona; un bel filmato che mi conduca in un bosco, tra montagne innevate o tra dune costiere caratterizzate da biocenosi con una ricca biodiversità immersi in una fitta rete di interazioni. Tutto è perfetto, passano i minuti, le immagini si susseguono e, parallelamente, anche il mio senso di benessere, ma ahimè, nessuna fioritura di pensieri sulle complesse reti neuronali; nessun gatto si distende sui miei ricordi pronto ad iniziare il dolce gioco dell’impasto, quello che porta al rimodellamento e al ringiovanimento delle ricordanze più remote. Nessuna intuizione assale i miei neuroni fino a farli schizzare nell’area fluida del futuro anteriore. Io sono ferma, le mie idee sono ferme, come i miei piedi.
Contrariamente mentre cammino vedo, raccolgo suoni, rumori, canti di uccelli, l’abbaiare di cani, sguardi di gatti sornioni; rincorro le nuvole, assegno nomi, cerco il qualcosa che mi sfugge, penso! E anche i miei piedi pensano.
Posso essere soddisfatta dei risultati della mia sperimentazione scientifica di tipo indiretto? Penso di si! Passo dopo passo detto il tempo; un passo falso e rischio il mio presente; faccio il primo passo e mi do coraggio; a due passi da qui e mi sento più vicina; mille passi e ti ho perso per sempre.
Il passo è l’azione del piede, ma è anche l’impresa della persona tutta, che ci allontana dal passato e ci conduce sulla porta del futuro. In un passo è celato il nostro segreto; nei nostri passi è racchiuso il nostro respiro consapevole, il grande nostro alleato.
Non ricordo i miei primi passi, ma se guardo una bambina, forse posso farmi un’idea di quale emozione posso aver provato quella prima volta che mi sono alzata dritta sulle gambe e sono rimasta per un secondo in equilibrio, così che i miei piedi hanno preso contatto con il suolo sottostante. Sarò stata felice? Felice di cosa e per cosa. Già sapevo, senza sapere, l’importanza del passo, passo inteso come unità fondamentale del camminare? Domande che possono attendersi risposte indirettamente parziali, globalmente parziali, non importa. Io so che ho camminato su strade materiali e simboliche. So di quella volta che caddi, strappandomi le calze e uno sconosciuto mi rialzò; quella volta che improvvisamente il cielo si oscurò e, correndo, trovai un riparo e l’altra, quella in cui mi scoprii nel mezzo del cammin di nostra vita, dove tutto diventa molto più importante. Viene, viene spontaneamente, viene camminando il ricordo dei primi passi che non ricordiamo ma che, però, sappiamo hanno innescato la serie infinita dei passi, compresi quelli presenti.
Oh, quanti passi ho compiuto sui sentieri, non strade, ma solo ombre di nuvole, tracce umane, ricordi fangosi o erbosi di uomini che hanno attraversato luoghi e, in un gioco magico, mi sono fermata a riposare i miei piedi sulle stesse sbiadite, ma non perdute, orme! Tutto il benessere che provo camminando su quei sentieri deriva certamente dall’incontro tattile, dalle sensazioni plantari delle mie con quelle di migliaia di uomini a me sconosciuti.
In un gioco simile alla mosca cieca, sento il mio battito che non è solo mio, sento il respiro che è quello silenzioso del cacciatore scalzo o quello leggero della donna con in braccio il suo bambino; sento il peso lieve dei pensieri, che non sono solo quelli ultimi affastellati sulla superficie della corteccia frontale, ma anche le emozioni che risalgono dal limbo più profondo. In questo mio peregrinare sui sentieri apparentemente sconosciuti, io sono humus, sono terra, sono creatura che intreccia rapporti con la storia universale, come gli alberi, affini e amici, intrecciano le loro radici per scambiarsi amore e umori. Ad ogni passo rifletto, ogni incedere è uno scavare dentro di me, è un cercare fili da riannodare con gli atomi viandanti.
Maria Matani