C’è un rapporto speciale tra gli scrittori e le città che attraversano. Non sempre è un rapporto pacificato, spesso non è nemmeno un rapporto di appartenenza geografica. È qualcosa di più profondo: un dialogo continuo tra memoria e realtà, tra ciò che una città è stata e ciò che rischia di diventare. Per Mario Pomilio, Teramo fu esattamente questo: “una città dell’anima”. Quando arrivò a Teramo nel 1951, dopo l’esperienza parigina, Pomilio trovò una dimensione diversa da quella delle grandi capitali culturali europee. Non il fermento cosmopolita, ma la profondità silenziosa della provincia italiana. Una provincia viva, inquieta, contraddittoria. In quella realtà riconobbe una sintesi dell’Abruzzo e, insieme, dell’Italia del dopoguerra: un Paese ancora sospeso tra tradizione e modernità, fede e crisi morale, speranze civili e compromessi.
Non è un caso che proprio Teramo diventi il teatro di due opere decisive della sua produzione letteraria: “L’uccello nella cupola” e “La compromissione”. Due romanzi diversi, quasi opposti, ma legati dalla stessa esigenza: interrogare la coscienza italiana. Nel primo, il giovane sacerdote protagonista affronta il dolore e le fragilità umane in una città che appare insieme raccolta e tormentata. È un romanzo religioso solo in apparenza: in realtà è una riflessione universale sulla responsabilità morale. Nel secondo, vincitore del Premio Campiello, Pomilio racconta invece la crisi dell’intellettuale di sinistra, la fatica di conciliare ideali e realtà storica, utopia e compromesso. Se il primo libro guarda all’anima individuale, il secondo guarda alla coscienza collettiva del Paese.
Teramo, in entrambe le opere, non è semplice sfondo narrativo. È personaggio. È metafora. È laboratorio umano. Le sue piazze, i suoi silenzi, le sue dinamiche sociali diventano il luogo in cui l’Italia osserva sé stessa. Per questo, colpiscono ancora oggi le parole amare con cui Pomilio, negli anni successivi, denunciò le trasformazioni urbanistiche della città. Non parlava da nostalgico. Parlava da uomo che aveva compreso il valore culturale dei luoghi. Quando denunciava la speculazione edilizia e la rottura di un’armonia “che resisteva da duemila anni”, non difendeva soltanto l’estetica urbana: difendeva una memoria civile. In quelle parole c’è una lezione ancora attualissima. Le città non sono soltanto spazi da occupare o mercati immobiliari da sfruttare. Sono organismi culturali. Custodiscono identità, relazioni, storie. Alterarne indiscriminatamente il volto significa impoverire anche la comunità che le abita.
È significativo che nel 2022 Teramo abbia deciso di dedicare uno slargo a Mario Pomilio. Non è soltanto un omaggio simbolico a uno scrittore illustre. È il riconoscimento di un legame reciproco: Pomilio ha raccontato Teramo, ma Teramo ha contribuito a costruire lo sguardo morale e letterario di Pomilio. Oggi, in un tempo in cui le città rischiano spesso di perdere la propria identità sotto la pressione dell’omologazione e della crescita senza visione, rileggere Pomilio significa recuperare un’idea alta della cultura: quella che non separa letteratura e vita civile. I suoi romanzi ci ricordano che raccontare una città significa anche custodirne l’anima. E forse è proprio questo il compito più difficile, ma più necessario, per ogni comunità contemporanea: continuare a cambiare, senza smettere di riconoscersi..
