Alcide Pierantozzi, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2025.
Il titolo è chiarito dallo stesso autore in un capitolo centrale, posto esattamente a metà del romanzo .
“Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose. E’ come se mi aggirassi confusamente all’interno della mia testa,
con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto (…) in mezzo all’impalpabilità dei ricordi. Cerco
l’immagine materiale in tutti i passati che conosco (…) e quando non la trovo i cani incominciano a squittire,
l’acqua va in combustione, tavole e sedie si disarticolano e una voce mi dice: risolvi questa cosa o non potrai
più andare avanti”(pag.113). Più che un romanzo, lo definirei la cronaca di una malattia, dal suo insorgere
inconsapevole nell’infanzia al suo evolvere nell’adolescenza e giovinezza con la presa di coscienza della
patologia, anzi delle varie patologie che segnano irrimediabilmente la diversità autodichiarata di Alcide
Pierantozzi.
Il racconto si apre con un’ affermazione lapidaria ma rivelatrice del suo disagio: “A quarant’anni
dormo ancora con mia madre”, per cui il lettore viene subito scaraventato nel vortice del suo oscuro malessere. Poi inizia
il flashback a dieci anni dietro con la scoperta del tumore della madre, il passaggio altalenante dal passato più
remoto con le ossessioni dell’infanzia e il “dindin” ripetuto, al presente con ben otto farmaci da assumere
regolarmente e a dosi sempre più massicce, al passato recente con diagnosi differenziate dei vari luminari della
psichiatria e assunzione anche di sostanze.
Asperger, anzi dsturbo dello spettro autistico, schizofrenia, psicosi ossessiva, disturbo della personalità:
queste le etichette impietose sul destino segnato di chi sa “cosa si nasconde dietro le cantilene dei matti,
dietro i versi dei bambini disabili”, “che parlare da soli significa provare a distribuire i pensieri su piani
diversi”, che “noi matti, invece delle molliche, lungo la strada seminiamo pasticche di psicofarmaci”.
Ma poi…cos’è la “normalità”? Secondo Pirandello, in aderenza al suo relativismo psico-filosofico, è la logica
di chi ritiene pazzo o volubile chi quella logica non ce l’ha: “Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che
significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a
voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! Eh! Che volete? Costruiscono senza logica, beati loro,
i pazzi! O con una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Volubili! (…) Voi vi tenete forte, ed essi non
si tengono più. (…) Voi dite:’questo non può essere!’e per loro può essere tutto.” ( Luigi Pirandello, Enrico IV,
atto II). In fondo, la ragione dei “sani” non è altro per Lui che “la stanza della tortura”.
Si interroga sulla questione anche Pierantozzi, quando definisce l’individuo “normale” semplicemente come “qualcuno
non sottoposto a una terapia farmacologica o psicoterapeutica, funzionale e autosufficiente in tutto”, e
soprattutto quando esclama “Ah, i normali! Pensano tutti di vivere nella realtà. Eppure, di questa realtà
non rispettano i precetti di base”.
Tema affascinante forse perchè ormai il disagio mentale riguarda le nostre
“civiltà” occidentali, tocca forse ognuno di noi e se non direttamente, almeno attraverso qualche congiunto o
amico, macinati nel tritacarne di standard sempre più elevati e competitivi, stritolati da corse consumistiche
e arrivistiche. Se ne occupano le Scienze sociali, economiche, psico-psichiatriche, antropologiche con la loro
metodologia scientifica, vi gettano lo sguardo indagatore le arti visive e verbali, compresa la “settima”,
con il loro linguaggio critico e simbolico.
Films come “A beatiful mind”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “La pazza gioia”, per citarne solo alcuni,
indagano con lucido realismo, sebbene con narrazioni romanzate, gli esiti dolorosi della malattia mentale.
Van Gogh, che la follia la viveva, la rendeva nei suoi dipinti con tratti esagitati e una luminosità intensa,
a volte abbacinante. Come nel “girasole impazzito di luce” di Montale.
“Lo Sbilico” lo fa con un linguaggio curato, un lessico estremamente selezionato e vario, grande padronanza della
struttura sintattica e dell’architettura narrativa, portati però fino all’esasperazione e all’ossessione,
come ossessivo è il ritmo dei farmaci che scandisce le giornate, come ripetuta fino alla nausea è anche la
descrizione del malessere fisico causato dalle medicine e insistente è l’indugio su pratiche sessuali solitarie.
Il risultato è di comunicare un che di artificioso e un senso di malessere nel lettore.
E se questo era l’obiettivo dell’autore per far percepire a fondo il suo disagio, direi che l’operazione gli è perfettamente riuscita.
