Il potere e la città. Riflessioni su “Venezia Salva”

Giulia Paola Di Nicola

 

Premessa

        a.  La “bestia” sociale e la città              

        b.  Il machiavellismo di Renaud

        c.  Immaginazione e realtà

        d.  L’eroe sconfitto vincitore del male

       

Premessa

 

La tragedia Venice sauvée mostra che il male che l’uomo compie è frutto di necessità e di cecità, ossia di incapacità di leggere e accogliere la realtà, nella oggettività delle sue leggi e nella ricchezza dei simboli che nasconde. E’ una tragedia che contiene il succo delle riflessioni weiliane sul potere e nello stesso tempo consente di leggere in trasparenza la sua esperienza mistica, nel senso da lei definito: «La mistica è il passaggio al di là della sfera dove il bene e il male si oppongono, e questo per l’unione dell’anima con il bene assoluto». Per S. Weil tutto ciò che è necessità contiene e lascia trasparire significati misteriosi che racchiudono il succo sapienziale della vita: «L’intero universo non è altro che una grande metafora»; «Il fondamento della mitologia è che l’universo è una metafora delle verità divine».

 

a. La “bestia” sociale e la città

 

È noto il giudizio di S. Weil sulla società come “bestia” platonica, per il fatto di imporre all’io le sue categorie massive, dominandolo attraverso la pressione del gruppo e sottraendogli spessore umano e morale. L’animale sociale si presenta come il nemico per eccellenza dell’individuo, perché offre a basso prezzo un miscuglio di male e virtù contraffatte. Abbandonato al sociale, l’uomo non è più capace di dire vera­mente né io  né Dio, giacché il collettivo lo spoglia delle facoltà superiori, promettendogli prestigio e chiedendogli assuefazione.  La logica della forza tende a spegnere ogni aspirazione alla giustizia. La Weil sottoscrive volentieri l’affermazione degli ateniesi che danno l’ultimatum alla piccola città di Mélos, così come è riportata da Tucidide: “Noi crediamo, per quanto concerne gli dei e abbiamo la certezza per quel che concerne gli uomini, che sempre, per una necessità della natura, ciascuno comanda ovunque ne ha il potere”; “Lo spirito umano essendo fatto così com’è, ciò che è giusto non viene esaminato se non vi è necessità eguale da una parte e dall’altra; invece se c’è un forte e un debole, il possibile è compiuto dal primo e accettato dal secondo”. Benché la frase di Tucidide appaia brutale agli animi pii, essa è per Simone la foto realistica dell’azione umana e dei suoi moventi ordinari: espandere il proprio io, utilizzando tutte le forze a disposizione e fermandosi solo per gli ostacoli oggettivi della materia, degli eventi e degli altri uomini. Tale impulso è naturalisticamente determinato e procede dritto allo scopo perse­guito travolgendo ciò che incontra, perché non attende il consenso attorno a sé. Per Simone occorrerebbe tornare alla essenzialità dei Greci: «Essi hanno così espresso in due frasi la totalità della politica realista. Solo i Greci di questa epoca hanno sa­puto concepire il male con questa lucidità meravigliosa. Essi non ama­vano più il bene, ma i loro padri, che l’avevano amato, gliene avevano trasmesso la luce. Essi se ne servivano per conoscere la verità del male. Gli uomini non erano ancora entrati nella menzogna».

 La Weil concorda anche con i grandi realisti di tutti i tempi e in particolare con Machiavelli  circa la logica della forza e del prestigio sociale. Non per questo però considera tutto ciò che è sociale come male. Utilizza la metafora della città per indicare una convivenza in grado di sottrarsi al male sociale  sigillando l’unità tra l’uomo, impastato di corpo e necessità, e l’ambiente, impastato di sudore e di produzione umana. Nell’Enracinement  questo sentimento di appartenenza fonda la legittimità della proprietà privata, come è evidente nella donna di casa che dice: “La mia cucina”: «La proprietà privata è un bisogno dell’anima. L’anima è isolata, perduta, se non è circondata da oggetti che siano per essa come un prolungamento delle membra del corpo.… Così un giardiniere, dopo un certo tempo, sente che il giardino è suo». Infatti, per quell’energia trasmessa e ricevuta dall’ambiente, le cose intrecciano con l’essere umano vincoli affettivi, intrighi segreti che si rendono  espliciti nella città  luogo per eccellenza di  storia, di  tradizioni viventi di un popolo, di una cospirazione universale del cosmo  e degli esseri umani. Lo sottolinea Violeta nel presentare la sua Venezia a Jaffier: «Anche quando voi avrete visto la festa, non saprete ciò che è per un uomo di Venezia. Questo nessuno può saperlo». La trasparente bellezza della città mostra in filigrana l’ideale armonia dei rapporti tra natura, persona, storia, architettura. Venezia è  per eccellenza  qualcosa di diverso da società, come radicamento sta a sradicamento, come bellezza a dominio e come qualità a quantità. Continua…

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