Biografia

Breve biografia italiana

Simone Weil è nata il 3 febbraio 1909 in una famiglia benestante ebraica. È la secondogenita di Bernard Weil, medico, e di Solomea Reinherz. Il padre, ebreo di origine alsaziana. La madre di origine galiziana naturalizzata belga. La piccola Simone appare come perennemente minacciata da una precarietà di salute, malgrado le cure attente della madre. Forse, già da quest’epoca della sua vita, il corpo le appare più impedimento che mezzo. Simone ed il fratello André (che è stato un grande matematico) sono uniti da una solidarietà formativa. Il fratello condivideva tutto quello che imparava a scuola. La famiglia Weil era unita da un gusto profondo della cultura. I ragazzi Weil possedevano un linguaggio nutrito di citazioni letterarie che li distingueva dai loro coetanei, ma senza attirare antipatie data la loro estrema gentilezza, e affabilità. Simone tende a imitare in tutto il fratello. È fornita di una intelligenza lucidissima che metteva spesso in difficoltà i suoi interlocutori. Si aveva l’impressione di una origine diversa, di un pensiero che non apparteneva né alla nostra età né al nostro ambiente. Sembrava aver vissuto molto più a lungo. A 14 anni subì una crisi a causa della genialità di André, particolarmente creativo e precoce. Il fratello si presentava a 16 anni al concorso dell’Ecole Normale Supérieure e vi veniva ammesso nella sezione scienze, dopo solo un anno di preparazione e una dispensa speciale, data la giovanissima età. “Non rimpiangevo i successi esteriori, ma il fatto di non poter sperare alcun accesso a quel regno  trascendente in cui gli uomini di grandezza autentica sono i soli a entrare, e la verità ha la sua dimora.” Simone mirava all’essenziale: la vita orientata verso la verità. È questa la vocazione di tutti: bisogna solo riconoscerla. Una simile vita non si limita alla morale comune, ma “consiste per ognuno in una successione di atti e di eventi rigorosamente personale, e talmente obbligatoria che colui il quale vi passa accanto senza vederla, manca al suo scopo.” La certezza che un simile destino di verità è riservato a qualsiasi essere umano, anche di facoltà naturali quasi inesistenti, si radicò in lei per sempre dopo mesi di tenebre interiori. Tre sono le vie per cui l’essere umano può raggiungere quel regno: il desiderio della verità, il perpetuo sforzo di attenzione per attingervi e l’obbedienza alla propria vocazione. La coetanea Simone de Beauvoir era nello stesso Istituto, e negli esami finali fu superata dalla Weil. Ricorda nelle sue Memorie di una ragazza per bene un episodio –– in cui ha luogo una discussione fra le due compagne: la de Beauvoir rimane sconcertata e ammirata dalla probità intellettuale, dalla solidità effettiva e dall’atteggiamento rivoluzionario della Weil, che accusava l’amica di non aver mai provato la fame. Neanche la Weil, a dire la verità, era in condizione di provare la fame.Ma nel futuro cercherà più volte di trovarsi in quella condizione, per provare di persona i sentimenti degli oppressi nella società capitalistica. Negli studi Simone Weil era molto brillante. Trovò un punto di riferimento filosofico in Alain, [come si firmava nei suoi libri] Emile Chartier, suo professore al Liceo Henry IV, teneva il corso di preparazione all’Ecole Normale Supérieur. L’insegnamento di Alain è stato per decenni, per molte generazioni di intellettuali francesi, una esperienza significativa, in quanto con il suo atteggiamento socratico, scettico e apertissimo, metteva gli allievi a contatto diretto con i grandi filosofi del passato, attraverso letture di testi che avrebbero lasciato forti tracce in chi lo seguiva. Simone Weil era fra questi. Anche frequentando la Ecole Normale mantenne i contatti con Alain, su ispirazione del quale scrisse tra il 1929 e il 1930 la dissertazione su Scienza e percezione in Descartes. Simone Weil muove da una lettura del pensiero di Descartes che la porta a respingere quella che considera una unilateralità del cartesianesimo nella definizione del rapporto uomo-natura, dal quale nasce la conoscenza scientifica, non le sembra riducibile al solo livello del pensiero. Il livello della percezione è altrettanto importante. Il rapporto con la natura è un misto di passività e di attività. Percezione-passività è immaginazione da una parte, intelletto-attività è scienza dall’altra, sono fondate in ultima istanza su quella esperienza fondamentale dell’essere umano che è il lavoro: «È con il lavoro che la ragione afferra il mondo stesso e s’impadronisce della folle immaginazione. È ciò che non potrebbe essere se io conoscessi il mondo col puro intelletto» In Simone Weil pensiero e azione devono trovare verifica l’una nell’altra; l’azione deve concretare il pensiero senza compromessi. In pratica concepisce il lavoro come una sorta di incarnazione dell’essenza umana, la quale dovrebbe, tramite esso, realizzarsi nelle sue forme più elevate.  In quegli anni cominciò a pubblicare articoli nella sua rivista «Libres Propos». Con il titolo perl’insegnamento tenuto all’École Normale, Simone Weil insegna dal 1932 al 1934 in alcuni licei femminili, dedicando molto del suo impegno anche alla difesa dei ceti sociali più oppressi, in particolare dei disoccupati. Partecipa in prima persona e in prima fila alle iniziative e alle manifestazioni sindacali a difesa dei disoccupati; scrive su riviste sindacali, polemiche nei confronti della sinistra ufficiale; provoca scandalo presso i genitori di alcune sue allieve per un comportamento giudicato non conforme a quanto ci si aspetta da una professoressa (veste in maniera trasandata, fa riunioni con disoccupati in osterie di infimo rango, mangia quanto può mangiare un povero disoccupato, mette a disposizione degli ultimi gran parte del suo stipendio, vive in maniera ascetica e rigorosa). Le autorità intervengono diverse volte. Simone Weil continua però in queste esperienze, che tuttavia non soddisfano interamente la sua sete di vivere fino in fondo le condizioni di oppressione di quelli che considera gli schiavi della società capitalistica. Una suggestiva presentazione della Weil di questi anni è riscontrabile nella figura di Lazare nel libro di G. Bataille L’azzurro del cielo scritto nel 1935 e pubblicato soltanto nel 1957. Il libro si riferisce alla primavera e autunno del 1934. Bataille aiutava finanziariamente la Weil per una rivista dissidente di sinistra. Rievocando un loro incontro, la descrive come «brutta e visibilmente sporca», goffa nel comportamento, ma anche come una che «esercitava un fascino, e per la sua lucidità e per le sue idee da allucinata. […] Quel che mi interessava di più in lei, era l’avidità morbosa che la spingeva a dare la sua vita e il suo sangue alla causa dei diseredati». Il tentativo più coerente e più traumatico di vivere fino in fondo la condizione operaia viene effettuato da Simone Weil dal dicembre del 1934 all’agosto del 1935: chiede al Ministero un congedo per poter studiare la condizione operaia. È del 1934 la stesura del saggio riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, molto apprezzato dal suo maestro Alain, ma pubblicato solo dopo la morte della Weil. Decisiva per la sua vita è l’esperienza diretta della vita operaia per otto mesi, nelle condizioni durissime dell’industria pesante (prima in una fabbrica elettrica, poi alle fonderie di una fabbrica metallurgica, infine, negli ultimi tre mesi, come fresatrice nell’industria automobilistica della Renault). La Weil ha lasciato documenti angosciosi di questa esperienza, le cui conseguenze saranno indelebili nella sua vita è nel suo pensiero. Sono anni di estremo pessimismo nelle analisi e valutazioni sulla situazione di oppressione e in alcuni casi di schiavitù degli operai e delle operaie francesi di quegli anni. In quegli stessi anni non vede ragioni di speranza: la Germania hitleriana, l’URSS stalinista, e la stessa America in cui regna incontrastato il capitalismo, costituiscono ragioni di pessimismo. Qualche speranza viene dall’avvento delle sinistre del Fronte Popolare al governo della Francia nel 1936, al quale seguono nel giugno possenti ondate di scioperi che danno inizio ad un cambiamento considerevole e in qualche misura «storico » delle condizioni della classe operaia in quel paese. Subito dopo, però, ha inizio la guerra civile in Spagna: Simone Weil, si sente in obbligo di andare a combattere contro i franchisti. Riesce a passare il confine, ad arruolarsi in una brigata internazionale, ad andare al fronte col suo fucile, pronta, dopo profondi dissidi interiori, ad uccidere.

Un incidente puramente casuale (mette inavvertitamente una gamba in una pentola d’acqua bollente tenuta per ragioni prudenziali in una buca del pavimento) la costringe, gravemente ustionata, ad abbandonare la brigata e a tornare in Francia. Qui, tra l’altro, perde l’entusiasmo iniziale per i repubblicani spagnoli, che ora vede come strumenti dell’URSS che lottano contro i franchisti, strumenti di Hitler e di Mussolini. Lo sconforto della Weil è sempre molto forte. Si rifugia ogni tanto presso i genitori, comprensivi e preoccupati per la salute della figlia, che la sollecitano a fare qualche viaggio all’estero per tentare di farle superare i ricorrenti stati di depressione. Alcuni episodi, fra il 1935 e il 1939, provocano in Simone Weil una sorta di ripetuta «illuminazione» di carattere mistico, legata ad esperienze di pratiche rituali e di contatto con i luoghi del cristianesimo: una prima volta l’illuminazione ha luogo nell’estate del 1935 (appena finita l’esperienza della fabbrica, in un piccolo villaggio di pescatori in Portogallo), in occasione di una processione notturna di donne con ceri su barche (la Weil vede allora nel cattolicesimo una religione nella quale possono trovare rifugio gli schiavi, gli oppressi); una seconda volta, nella primavera del 1937, ad Assisi, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, nella quale spesso pregava San Francesco, «qualcosa più forte di me mi ha obbligata, per la prima volta nella mia vita, ad inginocchiarmi » [S.WEIL, Attesa di Dio, tr.di O. NEMI, Rusconi,Milano 1972, 43]; una terza volta è la suggestiva abbazia benedettina di Solesmes a impressionarla, nel novembre del 1938, quando legge una poesia inglese (Love, di G. Herbert, indicatale in quella stessa abbazia qualche mese prima da un giovane inglese) «in quel momento in cui per la prima volta, il Cristo è venuto e mi ha presa. Credevo semplicemente di ripetere a me stessa una bella poesia e non sapevo che era una preghiera» [Ib., p. 41.]. Simone Weil ha ormai abbandonato l’insegnamento, vive spesso con i genitori, estende le sue riflessioni e meditazioni a orizzonti sempre più ampi rispetto a quelli originariamente legati alle tematiche operaie. Affronta filosoficamente il problema della oppressione e della violenza, partendo dall’esperienza hitleriana, e lo approfondisce in alcuni saggi, tra i quali spicca quello su L’Iliade, o il poema della forza. Quando scoppia la guerra pensa a proteggere i suoi genitori e si trasferisce con loro a Marsiglia, dove vive gli anni 1941 e 1942, e dove compone dodici quaderni che costituiscono il suo più complesso testamento filosofico. Il suo cruccio è d’aver abbandonato la militanza attiva contro Hitler. Desidera essere impiegata in qualche operazione di salvataggio e dare il suo sangue per le buone cause. Dopo un breve soggiorno in  America, riesce a trasferirsi a Londra, in contatto con il governo francese in esilio.Vorrebbe mettere in piedi un corpo d’infermiere e di prima linea, progetto che offre folle a De Gaulle.Continua a scrivere progetti politici ed economici, riflessioni su temi filosofici e religiosi. Muore, prematuramente, nel 1943, in una condizione di solitudine e abbandono. Gli ultimi suoi anni, dal 1938 in poi, sono segnati da un continuo arricchimento di interessi teorici, che si soffermano sulla filosofia e la civiltà greche, sul cristianesimo e sul suo rapporto con la Grecia e con la modernità (meno trattato il rapporto con l’ebraismo, di cui Simone Weil parla raramente e con toni negativi), sulle filosofie e religioni dell’India (studia anche il sanscrito per realizzare un contatto diretto con i testi di quella cultura) e della Cina, sui problemi della necessità, della forza, della sofferenza del tempo, delle scienze, e su un grande numero di altri temi.  La quasi totalità degli scritti di Simone Weil è stata pubblicata nel dopo guerra, dal 1947 in poi. Anche la vicenda editoriale delle pubblicazioni weiliane è tormentata. Una parte dei suoi scritti è stata pubblicata inizialmente da due cattolici, ai quali la stessa Weil aveva affidato questo incarico morale: il domenicano padre Perrin e l’amico comune G. Thibon. Questi pubblica nel 1947 La pesanteur et la grâce, negli anni 1951-56 i Cahiers (in edizione molto criticate dagli studiosi); Perrin pubblica nel 1949 Attente de Dieu e nel 1951 Intuitions pré-chrétiennes. Viene messa in circolazione in tal modo una immagine di Simone Weil. Un’altra parte dei suoi scritti viene pubblicata, a cominciare dal 1949, in ambienti laici, a cura della famiglia (la madre e il fratello) e di Albert Camus: nel 1949 L’enracinement, nel 1950 La connaissance surnaturelle. Nel 1951 e nel 1955 escono rispettivamente gli scritti raccolti sotto i titoli di La condition ouvrière e Oppression et liberté, che consentono di far conoscere le riflessioni della Weil sulla condizione operaia. Escono successivamente altre raccolte di scritti weiliani, e tra il 1970 e il 1974 la nuova edizione, in tre volumi, dei Cahiers, curati in maniera accurata e definitiva dal fratello André e dall’amica più stretta di Simone Weil, Simone Pétrement, alla quale si deve la fondamentale biografia in due volumi, La vie de Simone Weil, apparsa a Parigi nel 1973. Pressoché tutti gli scritti di Simone Weil sono stati tradotti in italiano. In particolare, l’edizione dei Quaderni, in quattro volumi, curata da G. GAETA per Adelphi, Milano 1982-1992, è considerata filologicamente ricca e accurata.

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