Enrica Lisciani-Petrini, Mimesis, Milano 2026
L’autrice è una nota studiosa, professoressa ordinaria di Filosofia teoretica, vanto di Teramo. Attualmente vive a Napoli, ma il suo lavoro abbraccia un orizzonte culturale che travalica le frontiere regionali e nazionali.
Da sempre dedita a ‘pensare con la musica’, in questo volume rivisita, a distanza di venticinque anni, quanto edito nel 2001, per integrare e ricalibrare con l’apporto di anni, studi ed esperienze, quanto può risultare superato senza alterare il nucleo essenziale del contenuto.
Attraverso l’analisi di alcuni frammenti artistico musicali, l’autrice legge la vicenda che ha segnato la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, individuandola nel nucleo che accomuna filosofia e arte. All’ascoltatore medio la nuova musica risulta rivoluzionaria, dissacratoria e sperimentalistica. Eppure, proprio questa discontinuità attesta il mutamento di un pensiero che cessa di essere autoreferenziale. La ‘crisi della razionalità’ scuote il mondo culturale e respinge al passato le certezze soddisfatte per spalancare scenari di crisi e disillusioni travolgenti. La musica scopre e rivela il disincanto dell’essere umano rispetto al supposto ordine razionale del cosmo. L’autrice presenta un’analisi approfondita delle composizioni di musicisti eccellenti del Novecento, che hanno colto tale crisi e l’hanno tradotta in armonie dissonanti. Compositori esemplari raccolgono le evocazioni scaturite dalla crisi e abbandonano le regole note dell’armonia per dare voce al mistero e ad una rappresentazione del non visibile: Debussy, Stravinskij, Ravel da un lato, Schönberg, Berg, Webern dall’altro.
Il volume mostra come la filosofia sposi l’arte, dalla quale viene incalzata e sollecitata verso nuove suggestioni. Come scrive l’autrice: “Questo significa che il pensiero deve interrogare quelle esperienze artistiche. Anzi, farsi interrogare da esse” (p. 235). L’influsso è reciproco.
Ciò che viene in evidenza nell’interesse della Lisciani ̶ e che la accomuna, tra gli altri, alle prospettive filosofico-musicali di Elio Matassi, Mario Bortolotto, Carlo Migliacci, Giacomo Danese ̶ è che gli stravolgimenti del linguaggio musicale, e parallelamente del linguaggio artistico pittorico e letterario, non sono un mutamento da confinare nel recinto del linguaggio artistico. Tanto meno possono essere approcciati come un oggetto che il pensiero giudica e cataloga.
La Lisciani cita chiaramente Heidegger e Merlau-Ponty come indicatori di rotta e, ugualmente indicativi, Adorno e Jankélévitch. Tutti autori centrali nei percorsi di una filosofia che centra l’attenzione sulla destrutturazione della metafisica su cui ha poggiato il pensiero occidentale. Ad essi si deve l’aspirazione ad aprirsi ad altri modi di pensare e rischiare la riscrittura del mondo con segni inediti.
Salta la gerarchia del rapporto pensiero-arte tradizionalmente a vantaggio del primo e della sua pretesa di definire e sottoporre l’evento artistico alle sue categorie. Ciò corrisponde anche ad un nuovo ethos che intende abitare il mondo pensando con la musica secondo la bella espressione di un comune “invisibile respiro”. Quelle musiche che al primo ascolto risultano stridenti non nascono dunque da una ambizione di genialità, né sono tentativi di elaborazioni disarmoniche fini a sé stesse, ma mirano a riflettere il mistero dell’essere che sfugge a chi tenta di ricondurlo a ciò che viene prodotto dall’essere umano e che inevitabilmente imprigiona la realtà.
Il lettore riscontra in questo testo come una chiamata a constatare la pluralità irriducibile ad unum, tessuta di incontri e incastri che dicono identità fatte per vivere con e per gli altri. Un mistero e una meraviglia che meglio possono essere espressi nelle tragedie perché esigono un passo indietro, un surplus di ascolto, quasi una contemplazione della trama invisibile delle relazioni che legano ogni cosa e in cui tutto è possibile.
In questa prospettiva, le contraddizioni che restano irrisolvibili alla luce della ragione acquistano senso per un’attitudine che accetta di restare sospesa nella perenne duplice propensione: bramosia inappagabile della comprensione dell’ordine del cosmo e umile accettazione di un caos incoercibile eppure significativamente relazionale.
Giulia Paola Di Nicola
