E la democrazia si ammala nel silenzio.
L’astensione non è più un fenomeno marginale, né una semplice manifestazione di disinteresse. È diventata il sintomo più evidente della frattura tra cittadini e istituzioni. Quando milioni di persone rinunciano a votare, non è soltanto la politica a perdere consenso: è la democrazia stessa a perdere forza, credibilità e legittimazione. C’è un partito che cresce a ogni elezione, conquista consensi senza organizzare comizi, non ha bisogno di candidati, non presenta programmi e non compare sulle schede elettorali. Non ha segretari, capigruppo né portavoce. Eppure, la sua forza è ormai tale da mettere in discussione la rappresentatività dell’intero sistema politico italiano. È il partito del non voto, il Partito Nazionale Astensionisti, il PNA, una forza senza voce che, paradossalmente, esprime un dissenso sempre più rumoroso proprio attraverso il silenzio. Alle elezioni politiche del 2018 l’affluenza si attestò intorno al 73 per cento. Nel 2022 scese a circa il 64 per cento, con un incremento dell’astensione di quasi nove punti percentuali. Un arretramento significativo, che si inserisce in una tendenza di lungo periodo: se si guarda alle elezioni politiche del 2006, quando votò circa l’84 per cento degli aventi diritto, il calo dell’affluenza supera i venti punti percentuali.
I numeri, dunque, raccontano una storia che la politica farebbe bene a non sottovalutare. Sempre più cittadini si allontanano dalle urne, sempre più persone rinunciano a scegliere chi dovrà governarle, sempre più elettori sembrano convinti che il proprio voto non sia in grado di cambiare le cose. Non siamo più di fronte a una fisiologica disaffezione, ma a una crisi profonda del rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Eppure, di fronte a questa emorragia di partecipazione, la politica continua troppo spesso a comportarsi come se nulla fosse. Si discute di alleanze, candidature, percentuali, leadership e strategie elettorali. Si celebrano vittorie e si commentano sconfitte. Si rivendicano maggioranze e si rivendica il diritto di governare. Ma raramente ci si pone la domanda fondamentale: quale forza democratica può dirsi davvero soddisfatta quando una parte crescente del Paese decide di non partecipare? Il paradosso è sotto gli occhi di tutti. Le forze politiche si contendono il consenso di una quota sempre più ridotta dell’elettorato, mentre milioni di cittadini rimangono fuori dal processo decisionale. Chi vince le elezioni conquista legittimamente il potere secondo le regole vigenti, ma non può ignorare il significato politico e sociale di un’affluenza in costante diminuzione.
Attenzione, però: l’astensionismo non possiede una volontà unitaria e non esprime necessariamente un programma comune. C’è chi non vota per protesta, chi per sfiducia, chi per indifferenza, chi perché ostacolato da difficoltà personali o organizzative. Sarebbe sbagliato attribuire a tutti la stessa motivazione. Ma proprio questa eterogeneità rende il fenomeno ancora più preoccupante. Dietro il silenzio delle urne convivono rabbia, delusione, rassegnazione e senso di impotenza. C’è chi non si riconosce più in nessuna proposta politica, chi considera le promesse elettorali sistematicamente disattese, chi percepisce una distanza incolmabile tra i problemi quotidiani e le priorità di chi governa. Il risultato è un vuoto di rappresentanza che si allarga. E quando il vuoto cresce, la democrazia non diventa automaticamente più debole sul piano formale, ma rischia di impoverirsi nella sostanza. Una democrazia, infatti, non vive soltanto di procedure, leggi e scadenze elettorali. Vive anche della fiducia dei cittadini, della loro disponibilità a partecipare, della convinzione che le istituzioni siano capaci di ascoltare e che la politica possa incidere concretamente sulla realtà. Se questa convinzione viene meno, le urne restano aperte, le elezioni si svolgono regolarmente, i governi si insediano. Ma qualcosa di essenziale si incrina.
Il non voto è una protesta che nessuno vuole ascoltare. Sarebbe troppo comodo liquidare gli astensionisti come cittadini irresponsabili, persone che rinunciano a un diritto e poi si lamentano delle decisioni altrui. Il voto è certamente un diritto fondamentale e partecipare alla vita democratica è una responsabilità civica. Ma la condanna morale di chi non vota non risolve il problema: lo nasconde. La domanda da porsi non è soltanto perché tanti italiani non vadano più a votare. È perché una parte così consistente della popolazione abbia smesso di credere nell’utilità del proprio voto. Quando un cittadino ritiene che nessuna proposta lo rappresenti, che le differenze tra i partiti siano insufficienti o che gli impegni assunti in campagna elettorale vengano dimenticati il giorno dopo, la partecipazione perde significato. Quando il dibattito pubblico appare concentrato sulle convenienze dei gruppi dirigenti anziché sui bisogni della collettività, cresce la tentazione di voltare le spalle all’intero sistema. L’astensione può diventare così una forma di protesta, ma anche una resa. Ed è proprio questa ambivalenza a renderla pericolosa: il cittadino che protesta non trova necessariamente un interlocutore, mentre quello che si rassegna rischia di non cercarlo più.
Il silenzio delle urne, tuttavia, non è un messaggio univoco. Non indica chi dovrebbe governare, non chiarisce quali politiche siano desiderate e non permette di trasformare automaticamente l’assenza in una maggioranza politica organizzata. Sarebbe un errore ancora più grave ignorare ciò che quel silenzio segnala: una crescente difficoltà della democrazia italiana nel coinvolgere e convincere i propri cittadini. Una democrazia può dirsi sana se metà del Paese si allontana? La questione è tutta qui. La democrazia non si misura esclusivamente contando i voti validi o verificando che il passaggio delle consegne avvenga secondo le regole costituzionali. Si misura anche attraverso la partecipazione, la fiducia pubblica, la qualità della rappresentanza e la capacità delle istituzioni di mantenere aperto un rapporto vitale con la società. E’ una democrazia che deve interrogarsi sulla propria salute. Il problema diventa ancora più serio quando l’astensione si combina con la percezione di una politica autoreferenziale, con la crisi dei partiti tradizionali, con la precarietà economica, con le disuguaglianze territoriali e generazionali e con la sensazione che le decisioni pubbliche siano lontane dalle esigenze reali delle persone. In queste condizioni, il non voto rischia di alimentare un circolo vizioso: meno cittadini partecipano, più la politica tende a concentrarsi sull’elettorato che rimane; più ampie fasce della popolazione si sentono escluse, meno trovano ragioni per tornare alle urne.
È così che una democrazia può svuotarsi progressivamente senza che le sue istituzioni vengano formalmente abbattute. Non servono necessariamente colpi di mano o rotture costituzionali. A volte basta che la fiducia si consumi, elezione dopo elezione, fino a trasformare la partecipazione da abitudine collettiva in scelta di una minoranza motivata. La politica ritrovi il coraggio di farsi ascoltare. Non basta invocare il senso civico. Non bastano gli appelli a votare, le campagne istituzionali o gli inviti a non sprecare il proprio diritto. Sono strumenti utili, ma insufficienti se non accompagnati da un cambiamento concreto nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Occorre restituire credibilità alla parola politica. Occorre che i programmi siano comprensibili, gli impegni verificabili e le promesse sottoposte al giudizio dei fatti. Occorre rafforzare i luoghi della partecipazione, rendere più accessibile l’esercizio del voto, contrastare gli ostacoli burocratici e organizzativi e ricostruire il legame tra le decisioni pubbliche e la vita quotidiana delle persone. Soprattutto, occorre smettere di considerare l’astensione un problema che riguarda soltanto chi non vota. È un problema che riguarda anzitutto chi chiede il voto, chi governa, chi siede in Parlamento e chi ha la responsabilità di rappresentare la collettività. Perché una politica che non riesce a convincere i cittadini a partecipare non può limitarsi a rimproverarli. Deve chiedersi che cosa abbia fatto per meritare la loro fiducia. Il partito del non voto, in fondo, non chiede necessariamente di essere governato da qualcuno in particolare. Chiede, anche inconsapevolmente, che la politica torni a dimostrare la propria utilità. E finché questa domanda rimarrà senza risposta, ogni elezione rischierà di trasformarsi in una competizione sempre più ristretta, nella quale si decide chi governerà il Paese senza riuscire a coinvolgere una parte crescente di chi quel Paese lo abita.
Definire il PNA il primo partito d’Italia è una provocazione efficace, purché se ne comprenda il significato: gli astensionisti non costituiscono una forza politica omogenea, ma la loro crescita rappresenta una sconfitta collettiva per il sistema della rappresentanza. Il loro silenzio non è un mandato, non è un programma e non è una soluzione. È un segnale che dovrebbe preoccupare tutti, maggioranza e opposizione, vincitori e sconfitti, partiti di governo e forze di protesta. Perché quando milioni di persone rinunciano a scegliere, non è detto che abbiano smesso di avere opinioni, bisogni o speranze. Può darsi, più semplicemente, che abbiano smesso di credere che qualcuno sia disposto ad ascoltarli. Ecco perché il partito del non voto è il termometro di una democrazia malata. Non perché chi si astiene abbia sempre ragione, né perché ogni assenza dalle urne equivalga a una protesta consapevole, ma perché una democrazia sana deve saper coinvolgere, rappresentare e convincere, non soltanto contare i voti di chi rimane. Il rischio più grande non è che gli astensionisti conquistino il potere. È che il potere impari a fare a meno di loro. E quando la politica si abitua al silenzio dei cittadini, il silenzio smette di essere soltanto una scelta individuale e diventa una ferita collettiva. Una ferita che nessuna vittoria elettorale, da sola, può rimarginare. La democrazia non muore soltanto quando qualcuno le toglie la parola. Può ammalarsi gravemente anche quando i cittadini smettono di credere che valga la pena parlare.