Melchiorre Delfico e le favole morali.

Giulia Francia *.

Siamo nel 1792 quando Alessio Tulli, storico e letterato, cugino e amico del Delfico, personaggio di spicco nel gruppo degli intellettuali teramani di fine Settecento, scrive una raccolta di “Favole Morali”. Lo spunto alla composizione dell’opera, che il Tulli indirizza all’educazione delle fanciulle teramane, si deve all’approvazione, avvenuta l’8 settembre 1792, di una scuola pubblica promossa dalla Società Patriottica teramana di cui egli fa parte, con la finalità “di leggere e scrivere e dei principi di Aritmetica e un convitto di educazione pe’ i giovani destinati alle arti liberali e alle scienze”. Gli apologhi, che sono, oltre al prologo, in totale quarantotto, tante quante sono le famiglie che governano la città di Teramo ( il cosiddetto quarantottismo ), tendono a dimostrare la bruttezza dei vizi e degli errori allora dominanti nella società, commessi anche dai preti e dai frati. In questo modo nasce il “Discorso sulle favole morali” del Delfico, scritto in forma di prefazione alla raccolta pubblicata dall’amico, opera voluta per concorrere all’educazione morale e intellettuale dei suoi concittadini. Conservato in due fascicoli presso l’Archivio di Stato di Teramo, non presenta al suo interno evidenti divisioni ma dall’andamento è possibile suddividerlo in tre parti: una prima, in cui ricostruisce la storia della favola, una seconda, nella quale ne rivendica il carattere intellettualistico e una terza, nella quale ne sottolinea le capacità riformatrici in quel difficile momento politico.

Il perché della scelta di un genere letterario come la favola per insegnare l’educazione, o meglio la morale, ai giovani, risiede nel fatto che da sempre la favola, per l’assenza di idee astratte, e non per il gusto della finzione o dell’allegoria, risulta un ottimo mezzo per far ragionare le menti non esercitate al raziocinio. Il nome di “favola”, infatti, si suole applicare, richiamandosi alle favole delle nostre culture, a narrazioni nelle quali intervengono animali o piante (talora anche uomini e dei), più critiche, più mature e più realistiche delle fiabe o dei miti, volte a dare una soluzione pratica alle leggi spesso crudeli o ai pregiudizi che presiedono ai rapporti degli uomini tra loro e presuppongono una società civilmente costituita. Infatti la favola presenta peraltro, come aspetto caratterizzante, un insegnamento, una morale ben definita. “Avendo quindi riconosciuto che nella vostra età più tenera le operazioni dell’immaginazione anticipano quelle della ragione, ho creduto che la prima possa servir di strada all’altra, e insinuar così nelle giovani anime quei sentimenti e quei giudizi, i quali altrimenti nella vita non si acquistano, che alle spese della propria esperienza, de’ pericoli, e spesso de’ più forti dispiaceri. Una provvista di verità morali vale allo spirito ed al cuore quanto alle macchine una provvista di materiali di sussistenza, per cui non ci troveremo nelle spiacevoli circostanze di cercar rimedi per i mali che si potevano prevenire, né di andar accattando consigli al momento, nel quale se ne trova il bisogno. Ho considerato similmente che siccome ogni coltura dello spirito contribuisce direttamente alla bellezza, da cui nasce la vera amabilità, è più d’effetto della Fisonomia, del carattere, e dei sentimenti abituali, che di quella regolarità disegno, ed armonia di parti, e di colorito, che costituisce la bellezza ideale della quale tanto pochi esemplari ci fornisce l’avara Natura” (1).

Soggetto del Discorso è, però, nello specifico la favola esopiana. Siamo intorno al V sec. d.C. quando si cominciano ad attribuire con una certa frequenza alcuni racconti ad Esopo, scrittore greco antico vissuto nel VI sec. a.C. all’epoca di Creso e di Pisistrato. Le sue favole possono essere descritte come archetipiche e la definizione stessa di “favola” è basata su quella esopica. Il nucleo del genere è costituito da brevi narrazioni simboliche, che si presentano come realmente successe e che hanno per protagonisti spesso, ma non sempre, animali, e talvolta includono aneddoti umani. Esse spiegano come è in realtà la vita umana, della quale danno una versione realistica e satirica: il forte s’impone, l’ignoranza è castigata, certi apparati si rivelano senza sostanza, e via di questo passo. La favola implica direttamente o indirettamente un consiglio, un avvertimento o una minaccia in una circostanza concreta, ha quasi sempre un intento didascalico, educativo. Gli animali e le piante simboleggiano vari tipi umani: il leone il potente, la volpe l’astuto, la scimmia l’ambizioso, e così via. Come genere letterario trova asilo in ogni tempo ma si ripresenta più prepotentemente nel ‘700, il secolo del nostro Melchiorre.

Rinasce così, in coincidenza con le dottrine razionalistiche e in quell’età dell’assolutismo ch’era già percorsa da aspirazioni a rinnovamenti civili e politici, l’interessamento per la favola come genere letterario atto a esprimere con elegante mascheratura e a illustrare con semplice evidenza idee e principi anche contrastanti. Il Settecento fu veramente il secolo d’oro della Favola. In Francia la riprende sul finire del secolo Jean-Pierre Claris de Florian (1792), in Germania la trattano F. von Hagedorn, C. F. Gellert e Gotthold Ephraim Lessing, che, avverso in generale alla Francia e in particolare a certe tendenze “libertine” del La Fontaine, vuole conferirle gravità morale; in Inghilterra John Gay; in Spagna Tomas de Iriarte e Felix Maria Samaniego. Anche in Russia i favolisti sono assai numerosi e l’attività dei maggiori si prolunga fino ai primi decenni dell’Ottocento; tra questi ricordiamo Ivan Ivanovic Dmitriev, ministro della Giustizia di Alessandro I di Russia, e soprattutto Ivan Andreevic Krylov, giudicato il più grande scrittore di favole russo. In Italia i migliori favolisti fioriscono nel sec. XVIII: Tommaso Crudeli, traduttore del La Fontaine; G. C. Passeroni, il gesuita Giambattista Roberti, Lorenzo Pignotti, Luigi Fiacchi, Aurelio de’ Giorgi Bertola, che di favole è autore e teorico, G. Gozzi e molti altri. Tutto questo nell’età dei Lumi poiché è proprio durante l’Illuminismo che risorge la morale. In ambito etico, la caratteristica saliente della riflessione illuministica è il proposito di affrancare la morale da presupposti metafisico – teologici e di concepirla non tanto come indagine speculativa sugli astratti doveri umani quanto come accertamento empirico dei fini effettivamente perseguiti dagli individui e delle funzioni o pulsioni operanti in rapporto a tali fini. In sostanza vale la credenza che l’intero agire dell’uomo sia riconducibile alla ricerca naturale del piacere e all’eliminazione del dolore. La cosiddetta morale, e la stessa politica, consistono primariamente in una valutazione razionale degli atti e comportamenti più opportuni per conseguire tali obiettivi. E questo è, ad esempio, il pensiero dell’inglese Bentham. Una parte considerevole dell’illuminismo continentale svilupperà concezioni morali non troppo dissimili da questa.

Così in Italia Pietro Verri e Cesare Beccaria (più celebre per la campagna, squisitamente illuministica, a favore dell’abolizione della pena di morte, contenuta nel saggio Dei delitti e delle pene) esprimono considerazioni sul piacere e la felicità nelle quali un taglio di tipo empiristico – utilitaristico è per più versi presente. Ma il rischio di cadere in una morale utilitaristica è frenato, sul versante opposto, dal filosofo Immanuel Kant. La morale che egli propone è uno studio sul giusto agire degli uomini che non prescinde dalle regole dettate dalla ragione, ossia: l’etica, per essere giusta, deve seguire i percorsi della ragione. Un comportamento è da considerare morale in modo categorico “senza possibilità di smentita” quando è universalmente riconosciuto giusto in ogni momento e in ogni situazione umana. Questo comportamento diventa allora vincolante per la morale di tutti gli uomini, ed una sua mancata applicazione darebbe luogo a un’azione immorale. L’idea è che l’uomo possa farsi guidare dalla ragione non solamente nel campo delle scienze, ma anche nel campo della pratica morale. L’imperativo categorico che deve guidare l’uomo come necessità volontaria non è una costrizione, ma un aderire ad una legge razionale che l’uomo stesso ha formulato per mezzo della propria ragione.

Per cui fra tesi avverse è comunque ben visibile la larga diffusione del tema della morale: come agire secondo principi condivisi; ma nel ‘700 anche la pedagogia, argomento che si riallaccia ancor più a quello della favola come mezzo educativo, trova una crescita notevole. Basti pensare allo scrittore e filosofo svizzero Rousseau, che teorizzò un programma pedagogico basato sul concetto di “educazione preventiva”, ossia di un’educazione che non inculca alcuna virtù, ma previene il vizio; non insegna la verità, ma preserva dall’errore consentendo il libero sviluppo della personalità. Più in generale, comunque, l’Illuminismo con la spinta verso l’affermazione di principi fondamentali come quelli di libertà, di tolleranza, di cosmopolitismo, di giustizia, di uguaglianza, di laicità, di diritti naturali o di felicità, si presta come terreno più che fertile per la crescita e la diffusione su larga scala della favola. E il Delfico, come molti altri illustri letterati e intellettuali all’interno del circolo teramano, come appunto Alessio Tulli, in quanto uomo del suo tempo, riesce bene ad esprimersi e ad esprimere tutto il suo essere illuminista, anche in un campo meno conosciuto e apprezzato come quello della favolistica.

1) dedica Alle Nobili Donzelle

*Giulia Francia, alunna del Liceo Classico Melchiorre Delfico, frequentante la classe IIIC nell’anno scolastico 2008/2009.