’I risultati delle indagini PISA dell’OCSE raccontano una storia che ormai non può più essere ignorata. Da anni gli studenti dei Paesi occidentali mostrano un progressivo declino nelle competenze fondamentali: lettura, matematica e scienze. Non si tratta di un problema circoscritto a qualche sistema scolastico in difficoltà. La crisi è generale. Coinvolge l’Italia, ma anche nazioni che per decenni sono state considerate modelli internazionali, come la Finlandia e la Germania.
La narrazione rassicurante secondo cui bastasse imitare i sistemi educativi del Nord Europa si è infranta contro la realtà dei dati. Anche i migliori arretrano. La Finlandia ha registrato un calo significativo nelle competenze matematiche e scientifiche. La Germania, dopo il celebre “shock PISA” dei primi anni Duemila e le riforme successive, vede nuovamente peggiorare i risultati dei propri studenti. Persino Paesi dotati di grandi risorse economiche e di solide tradizioni educative non riescono più a garantire livelli di apprendimento adeguati. Le ragioni di questo declino sono molteplici.
La prima è culturale. In gran parte dell’Occidente si è progressivamente affermata l’idea che la scuola debba anzitutto essere un luogo di benessere emotivo, mentre la trasmissione rigorosa del sapere è passata in secondo piano. L’apprendimento, però, richiede impegno, disciplina, concentrazione e fatica. Nessuna innovazione pedagogica può sostituire questi elementi.
La seconda ragione riguarda la rivoluzione digitale. Smartphone, social network e piattaforme video hanno modificato radicalmente le capacità attentive delle nuove generazioni. La lettura profonda lascia spazio alla fruizione frammentata dei contenuti. La concentrazione prolungata diventa sempre più difficile. La scuola si trova così a combattere una battaglia impari contro strumenti progettati per catturare continuamente l’attenzione.
Vi è poi una terza questione: la perdita di autorevolezza delle istituzioni educative. In molti Paesi l’insegnante è stato progressivamente trasformato in un facilitatore, in un animatore o in un burocrate sommerso da incombenze amministrative. La sua funzione di guida culturale si è indebolita, e con essa il prestigio sociale della professione.
Come risalire la china? La risposta non consiste nell’ennesima riforma organizzativa o nell’introduzione di nuove tecnologie in aula. La strada è più semplice e, proprio per questo, più difficile da percorrere. Occorre anzitutto riportare al centro la conoscenza. Una scuola che non trasmette contenuti solidi tradisce la propria missione. Leggere bene, scrivere correttamente, padroneggiare la matematica e comprendere i fenomeni scientifici devono tornare a essere obiettivi prioritari. In secondo luogo bisogna restituire autorevolezza agli insegnanti. Ciò significa selezionarli meglio, formarli con rigore, retribuirli adeguatamente e proteggerne il ruolo educativo. Nessun sistema scolastico può essere migliore della qualità dei suoi docenti. Serve poi una riflessione seria sul rapporto tra giovani e tecnologia. Non si tratta di demonizzare il digitale, ma di riconoscerne i limiti. In classe devono tornare a prevalere la lettura, la scrittura, il confronto diretto e il ragionamento approfondito. La scuola non può imitare i social network; deve offrire ciò che essi non sono in grado di dare. Infine è necessario ricostruire un’alleanza educativa tra scuola e famiglia. L’apprendimento non può essere delegato esclusivamente agli insegnanti. Dove le famiglie sostengono il valore dello studio e del merito, i risultati migliorano. Dove prevalgono disinteresse e deresponsabilizzazione, la scuola è destinata a fallire.
La crisi della scuola occidentale non è irreversibile. Ma richiede il coraggio di riconoscere che il problema non è la mancanza di riforme, bensì l’abbandono di alcuni principi fondamentali. La scuola funziona quando insegna, quando pretende impegno e quando premia il merito. Tutto il resto viene dopo.Se l’Occidente vuole tornare a crescere economicamente, scientificamente e culturalmente, deve ricominciare da qui: da una scuola che torni a essere il luogo della conoscenza, dell’esigenza e della formazione del carattere. Non esistono scorciatoie. Esiste soltanto il lungo lavoro dell’educazione.