Un criterio personalista per comprendere la convergenza dei diversi dissensi
Le manifestazioni che attraversano l’Italia raccolgono rivendicazioni differenti: salari, carovita, precarietà, diritto alla casa, scuola, sanità, ambiente, guerre e riarmo. Tra il 14 e il 25 ottobre Il Sole XXIV ore ha censito quasi trecento proteste in 139 comuni. Non siamo davanti a un movimento unitario, ma a numerosi conflitti sociali e territoriali che cercano un terreno comune.
Questa convergenza non è necessariamente confusione. Problemi diversi possono dipendere dalle medesime scelte politiche: il costo degli affitti riguarda studenti, famiglie e precari; la crisi della scuola si collega alle diseguaglianze; le spese militari possono essere confrontate con quelle destinate alla sanità e alla protezione sociale. È dunque legittimo che categorie differenti manifestino insieme.
Il problema nasce quando il collegamento non viene spiegato e le rivendicazioni diventano una sovrapposizione di slogan. Ogni gruppo porta la propria domanda, ma non emerge una priorità condivisa. La protesta finisce così per concentrarsi genericamente contro il governo o contro la persona che lo rappresenta. L’“anti-Meloni” può mobilitare, ma non basta a spiegare i problemi né a costruire un’alternativa.
Il personalismo non invita alla neutralità. Emmanuel Mounier ha legato la persona all’impegno e alla responsabilità. Una comunità democratica non elimina il conflitto, ma impedisce che esso cancelli la dignità dell’avversario. La persona non può essere ridotta a massa da mobilitare o a numero da esibire. Studenti, lavoratori, agricoltori, pensionati e famiglie devono conservare la propria voce.
I corpi intermedi hanno perciò un compito essenziale. Sindacati, associazioni e movimenti non dovrebbero limitarsi a raccogliere la rabbia: devono trasformarla in partecipazione, selezionare le richieste, formulare proposte e aprire canali di confronto. Il dissenso diventa progetto quando chiarisce quale decisione contesta, quale cambiamento domanda e con quali risorse intende realizzarlo.
Che si manifesti nello stesso giorno in oltre cinquanta città può essere espressione di una democrazia viva. Non è invece sopportabile che, in diversi centri, minoranze aggressive utilizzino i cortei come occasione per incendiare, saccheggiare, distruggere vetrine e colpire le forze dell’ordine.
La distinzione tra maggioranza pacifica e gruppi violenti è necessaria, ma non può diventare una minimizzazione. Quando gli episodi si ripetono, con persone travisate, pietre, bottiglie, petardi e tentativi di sfondamento, esiste un problema di prevenzione e di responsabilità degli organizzatori.
Non si possono ferire agenti e devastare negozi mescolando il disagio sociale con una rabbia indiscriminata contro Israele e con un antiamericanismo spesso più rituale che argomentato. È legittimo contestare il governo israeliano, le sofferenze inflitte ai palestinesi e le scelte internazionali degli Stati Uniti. Non è legittimo trasformare Israele, gli Stati Uniti o l’Occidente in figure assolute del male.
Il personalismo rifiuta ogni morale selettiva. Sono persone i civili palestinesi e israeliani, gli ostaggi e le vittime dei bombardamenti; sono persone anche gli agenti feriti, i commercianti con le vetrine distrutte e i cittadini impauriti. La violenza contro un bersaglio occasionale non ripara quella subita da un altro popolo.
Resta inoltre la distanza avvertita tra il lavoro delle forze dell’ordine e alcune decisioni giudiziarie. Poliziotti e carabinieri affrontano gli scontri, identificano i responsabili e procedono agli arresti. Quando una persona viene rapidamente rimessa in libertà, può nascere l’impressione che quel lavoro sia stato vanificato. Tale disagio non deve essere ignorato.
Il giudice, tuttavia, non deve confermare automaticamente l’operato della polizia. È chiamato a verificare la legittimità dell’arresto, la consistenza degli indizi e le condizioni per una misura cautelare. I casi recenti mostrano decisioni differenti: carcere e domiciliari per alcuni, misure meno severe per altri e, in un caso discusso, mancata convalida per insufficienza dei gravi indizi.
La distanza tra polizia e magistratura si supera con indagini solide, prove utilizzabili, leggi chiare, processi tempestivi e motivazioni comprensibili, non delegittimando l’una o l’altra istituzione. Entrambe devono servire la medesima comunità.
Anche il governo ha una responsabilità maggiore, perché dispone delle istituzioni e delle risorse pubbliche. Non può utilizzare la violenza di alcuni per ignorare le domande di tutti. Garantire l’ordine è necessario, ma occorre anche rispondere sui salari, sulla casa, sulla scuola, sulla sanità e sulle diseguaglianze.
Una protesta è politicamente matura quando non domanda soltanto la sconfitta di qualcuno, ma indica una possibilità di crescita della comunità. Il passaggio necessario è dalla convergenza delle insofferenze alla costruzione di un progetto comune; dalla politica del nemico alla responsabilità condivisa per il bene comune.
AD
Rassegna stampa e verifica delle fonti a cura di ChatGPT.