Nel decennale della scomparsa di Marco Pannella

Nel decennale della scomparsa di Marco Pannella

A ROMA, come nella sua TERAMO, NO al ricordo del leader radicale.

Ci sono storie che, più di altre, raccontano il rapporto complicato tra memoria pubblica e coscienza civile. La vicenda della targa negata a Marco Pannella, in Piazza Navona a Roma, appartiene a questa categoria: non è solo una questione urbanistica o condominiale, ma il sintomo di una difficoltà più profonda nel riconoscere fino in fondo chi ha inciso davvero nella storia dei diritti italiani. A dieci anni dalla scomparsa del leader radicale, il paradosso è evidente. Da una parte, una mobilitazione trasversale che riunisce figure diversissime tra loro – da Emma Bonino a Renzo Arbore, da Corrado Augias a Gianfranco Fini, fino a Fausto Bertinotti e Ferdinando Casini, Gianni Letta, Vittorio Feltri e Paolo Mieli. Dall’altra, l’incapacità concreta di trovare uno spazio, anche minimo, per ricordarlo nel cuore simbolico della Capitale. In mezzo, un Paese che sembra riconoscere a parole ciò che fatica a tradurre in atti. Francesco Rutelli, che quell’iniziativa l’aveva promossa, conosce bene il peso simbolico dei luoghi. Piazza Navona è uno spazio di rappresentazione collettiva, un teatro civile. Ed è anche lì che Pannella ha trasformato la politica in presenza fisica, in corpo esposto, in digiuni, in provocazioni capaci di rompere il silenzio su temi che oggi consideriamo acquisiti. Negare una targa in quel luogo, significa in qualche modo, confinare quella memoria ai margini. Non è la prima volta che accade.

Il precedente di Teramo, la sua città – il cippo senza testa, dimenticato e trascurato – racconta già una evidente difficoltà nel maneggiare una figura scomoda e impossibile da archiviare. Pannella non si presta alla celebrazione retorica: è stato divisivo, eccentrico, spesso indigesto. Ma è proprio questa irriducibilità ad aver prodotto cambiamenti reali nella società italiana. Il punto, allora, non è se una targa debba stare su una facciata privata o meno. Il punto è che la memoria pubblica non può dipendere esclusivamente da equilibri condominiali o da sensibilità contingenti. Quando una figura attraversa la storia nazionale – e pochi possono negare che Pannella lo abbia fatto, nel campo dei diritti civili, della giustizia, delle libertà individuali – la sua collocazione nello spazio simbolico del Paese diventa un dovere collettivo. La valanga di firme dice qualcosa di preciso: esiste una comunità, ampia e trasversale, che riconosce quel debito.

Non è nostalgia, né appartenenza ideologica. È il riconoscimento di un metodo e di un coraggio che oggi appaiono rari. In un tempo in cui la politica tende a smussare, Pannella esasperava; dove altri cercavano consenso, lui cercava conflitto; dove prevaleva il calcolo, lui praticava l’azzardo. Forse, è proprio questo il nodo. Ricordare davvero Pannella significherebbe accettare una memoria inquieta, non pacificata. Una memoria che non si lascia trasformare facilmente in monumento. Ma è anche vero che senza segni visibili – una targa, una piazza, un luogo riconoscibile – il rischio è che quella memoria si dissolva, relegata alla testimonianza di chi c’era. E allora la domanda resta sospesa, più grande della vicenda specifica: che cosa siamo disposti a fare, oggi, per ricordare chi ha cambiato il Paese? Se la risposta è “molto, ma non abbastanza da trovare un muro su cui appendere una targa”, allora il problema non è il condominio di Piazza Navona. È la misura, ancora incerta, della nostra memoria civile.