Valeria Di Felice, Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2025
Poesia post ermetica d’avanguardia si potrebbe definire quella espressa nella nuova pubblicazione di Valeria Di Fe
lice dal titolo simbolico ed evocativo, Il giallo del semaforo. Il cromatismo in funzione analogica con un oggetto
che segna il passo del nostro andare suggerisce il trascorrere lento da un procedere rapido e forse distratto
ad un’attenzione meditata, un rallentamento in senso metafisico ed esistenziale.
I legami logici tra i versi sono violentati incidendo sull’architettura del discorso per creare
accostamenti inusuali ed inaspettati. Le immagini si susseguono attraverso continue analogie che generano tensione
per sciogliersi poi in atmosfere di rarefatta sospensione. Difficile decifrare il senso spesso misterioso di
certi passaggi arditi ma efficaci che eliminando i nessi razionali, ci lanciano in una dimensione surreale e
filosofica. Mi evocano il tessuto linguistico di Luzi, epigono di Montale, nel conferire alla parola sensi
sfuggenti, potenziandone il valore espressivo per via concettuale con esiti allusivi e sfumati: […] Alla fine
della corsa arrivò/dove voleva, senza sapere/dove fosse./Il viaggio era la segnaletica/che stava cercando. (Il
semaforo giallo, che dà il titolo alla raccolta). Si percepisce un’inquietudine che tende all’oltre per raggiunge
re l’essenza con rapide illuminazioni come in Mallarmè o con la visionarietà onirica come in alcune tele di Dalì,
oppure con l’uso strumentale di oggetti in funzione simbolica come in De Chirico. Anzi, la geografia lirica di
Valeria Di Felice nasce proprio dalla sollecitazione degli oggetti, da immagini quotidiane e familiari, in una
continua dialettica tra parole concrete e astratte, tra ragione e irrazionalità: […] Ma l’amore di lunga data/
viaggiava alla radio con altre frequenze./Si scrollò l’assoluto dalle spalle/del quotidiano, non cambiò stazione./
Diventarono domande/gli ombelichi delle sue pance-/neri i giorni del calendario[…] (Il calendario dell’amore).
Questo oscillare continuo dalla materialità alla spiritualità avviene con un incessante lavoro di scavo interiore,
senza abbandoni al sentimentalismo o alla seduzione retorica. Direi addirittura che una spietata luce di ragione
investa spesso le immagini dei sogni o dell’anima: […] Ancora noi che ricordiamo il futuro,/nelle illusioni di
luce,/noi, in esilio dall’universo/mentre scontiamo gli inganni/della ragione. (La chiamata). E ancora: Bussò
alla porta la signora verità./[…]Non la feci entrare./Avevo ancora addosso/il pigiama della notte /e-negli occhi-
/i sogni più irraggiungibili”. (La signora verità).
Si potrebbe riferire anche ai suoi versi il giudizio critico che Giacinto Spagnoletti ha dato di quelli di Mario
Luzi: …ha creato per noi una poesia d’anima, d’una disanimata e tragica affettuosità, dove la voce respira in
un’aura sublime di sogno, di castità, di abbandono, di confessione metafisica. Come nel dipinto di Chagall Sulla
città, dove due sposi volano oltre le case immersi in un’atmosfera sognante e rarefatta, verso l’infinito. E una
lirica dell’opera della poetessa ed editrice Valeria Di Felice evoca proprio un “volo” oltre il finito: La luce
[…] Ci colse oltre il calore fossile/dei nostri respiri,/quando fummo esiliati/in un punto infinito. (Un punto
infinito).
