Settimio Luciano, Paesaggi d’infinito. La corporeità come apertura a Dio, Mimesis, Milano 2025
Nella sua corposa ormai produzione antropologica e teologica, Settimio Luciano approfondisce la relazione con Dio impostandola sul registro della corporeità. L’obiettivo è di superare quella concezione della cultura tradizionale che lo vede come ostacolo ad una sana identità della persona e al rapporto con Dio, a causa degli istinti, delle passioni, delle tentazioni peccaminose. Luciano invita invece a vederlo nella sua bellezza e forza vitale inclusive dello slancio verso l’infinito.
Oggi non siamo più di certo fermi a quell’ inesatto platonismo su cui generazioni di santi hanno costruito un continuo sospetto, per non dire il disprezzo, che ha tanto condizionato le espressioni dell’affettività e il rapporto con l’altro sesso.
È opportuno, specie per chi studia le discipline teologiche, focalizzare l’attenzione su una relazione uomo – donna – Dio ‘calda’, come direbbe Italo Mancini, libera dalla paura di impurità e peccato. Più il corpo perde valore, più lo acquista la ragione di cui conosciamo gli esiti dell’illuminismo e delle ingenue credenze nel progresso infinito della scienza. L’identità della donna e dell’uomo non poggia più sul puro Cogito ergo sum che la definisce sul pensiero. Si mette piuttosto alla ricerca dinamica dell’armonia verso la quale coordinare tutte le dimensioni dell’esistenza incarnata, così come esse si mettono in moto nelle relazioni interpersonali.
Rispetto all’interpretazione negativa della corporeità e della sessualità, la solitudine è apparsa ai primi padri della chiesa decisamente più feconda soprattutto per la possibilità di raccoglimento e solitudine con Dio. Sono divenuti tuttavia sempre più evidenti i rischi di solipsismo, desolazione, depressione dai quali una corretta cultura cattolica contemporanea deve proteggersi.
Il libro è un invito a non impostare il rapporto col corpo primariamente in termini di lotta al male possibile, ma ad accoglierlo e valorizzarlo come un dono che ci costituisce in ogni atto e attimo dell’esistenza. La fortezza di conseguenza non si verifica nell’esercizio del potere su se stessi. Il limite, che costituzionalmente è insito nella corporeità, non è una frustrante sconfitta dell’io, ma la sua apertura alla Grazia. Con le parole dell’autore: “Il limite, fra dolori e problemi non eliminati, si vive non come confine ‘muto’, ma come relazione con la Grazia divina che può dispiegarsi anche nella sofferenza. È il dolore accolto, accettato: né sopportato, né ciò a cui ci si rassegna fatalisticamente… amare a amarsi in un mutuo rispetto degli altri e della propria dignità”.
Giulia Paola Di Nicola
