Il discorso alla Nazione di Donald Trump.
Nel panorama politico contemporaneo il potere non si limita più a governare: deve apparire (quel che conta è l’apparire come diceva Machiavelli), esibire se stesso, occupare lo spazio simbolico prima ancora di quello istituzionale. L’immagine pubblica è diventata componente essenziale dell’autorità. La politica tende così a trasformarsi in spettacolo, e lo spettacolo diventa uno strumento di legittimazione. Questo processo riguarda sia le democrazie sia i regimi autoritari, ma nelle autocrazie assume una valenza più profonda e inquietante: non è soltanto comunicazione, bensì una vera tecnologia del controllo.
Le autocrazie del XXI secolo — come osserva Anne Applebaum nel suo Autocracy, Inc. — non riproducono i totalitarismi ideologici del Novecento. Sono sistemi flessibili, pragmatici, spesso opachi, fondati su reti di fedeltà personale e su interessi economici condivisi tra élite politiche e finanziarie. La cleptocrazia, cioè l’uso del potere per arricchire il gruppo dirigente, ne costituisce il collante interno. In questo contesto, la rappresentazione pubblica del potere diventa decisiva: l’autocrate non governa soltanto, ma mette in scena la propria autorità.
Le grandi assemblee, gli applausi interminabili, le ovazioni sincronizzate (dal vicepresidente Vance) e le immagini di parlamentari osannanti non sono semplici manifestazioni di entusiasmo. Sono rituali pubblici di lealtà. L’applauso non esprime un’opinione, ma segnala appartenenza; la sua assenza può essere letta come dissenso. Il consenso non viene misurato — perché mancano libertà e strumenti indipendenti per verificarlo — ma rappresentato. La platea diventa parte dell’apparato politico, un’estensione simbolica del potere stesso.
Questa dimensione spettacolare svolge almeno tre funzioni fondamentali. Anzitutto produce legittimazione: il leader appare sostenuto da una massa compatta e unanime. In secondo luogo, disciplina le élite, costrette a manifestare pubblicamente la propria fedeltà ( Non a caso il vicepresidente Vance guidava gli inizi e la fine delle ovazioni). Infine, agisce sull’opinione pubblica, interna ed esterna, trasmettendo l’immagine di stabilità e forza. L’unità visibile diventa più importante della realtà sociale sottostante.
Anche nelle democrazie la politica è da tempo influenzata dalla logica mediatica e dalla competizione elettorale. Tuttavia, quando la centralità del leader cresce e le istituzioni vengono ridotte a sfondo scenico, la distanza tra rappresentazione e deliberazione si assottiglia. Il Parlamento rischia di trasformarsi in platea, il dibattito in performance, l’applauso in segnale identitario più che in approvazione ragionata. Le ovazioni parlamentari possono assumere un carattere fortemente partigiano e spettacolare, pur restando inserite in un contesto in cui il dissenso è legittimo e visibile.
Il punto decisivo non è dunque la presenza di applausi — fenomeno antico quanto la politica — ma il loro significato. In una democrazia l’applauso divide, riflettendo il pluralismo; in un’autocrazia unisce, dimostrando l’assenza di alternative. Dove il dissenso è possibile, il consenso non ha bisogno di essere teatrale; dove il dissenso è pericoloso, il consenso deve essere continuo e visibile.
Nelle autocrazie contemporanee la politica-spettacolo non si limita alle cerimonie ufficiali. Si estende ai media controllati, ai social network, alle narrazioni nazionalistiche e alla costruzione di un leader carismatico che tende a identificarsi con la nazione stessa. Il potere non si presenta come amministrazione, ma come destino, protezione o missione storica. Criticare il leader equivale a criticare il paese.
La novità delle autocrazie odierne non è il controllo — sempre esistito — ma la capacità di operare in un mondo globalizzato e interconnesso. Tecnologie digitali, reti finanziarie transnazionali e strumenti sofisticati di propaganda consentono di costruire consenso visivo su scala planetaria. In un’epoca dominata dai media, la scena vale quasi quanto la decisione.
Il rischio, tuttavia, non riguarda solo i paesi autoritari. In un sistema informativo globale dominato dalla velocità e dall’emozione, anche le democrazie possono scivolare verso forme di comunicazione sempre più performative, come quella del Discorso alla Nazione di Trump. Quando la politica diventa intrattenimento, il criterio di successo non è più la qualità delle decisioni ma l’impatto simbolico. Si afferma una sorta di plebiscitarismo permanente, in cui il leader parla direttamente al pubblico, scavalcando corpi intermedi e procedure deliberative.
Per questo la difesa della democrazia non può limitarsi alle elezioni. Essa richiede istituzioni autonome, informazione libera, spazi reali di discussione e soprattutto cittadini capaci di distinguere tra consenso autentico e consenso rappresentato. La libertà non è incompatibile con la passione politica, ma lo è con l’unanimità obbligata.
In definitiva, la politica-spettacolo non è di per sé autoritaria, ma diventa pericolosa quando sostituisce la politica stessa. Un applauso può esprimere partecipazione oppure conformismo; un’ovazione può celebrare un leader oppure nascondere la paura. La vera differenza tra democrazia e autocrazia non sta nell’intensità del consenso visibile, ma nella libertà di non concederlo.
È in questo spazio — fragile ma decisivo — che si gioca oggi il futuro dell’ordine politico liberale.
A.Danese, con la rassegna stampa e sitografica fornita da Chatgpt24