Il Salotto culturale del CRP ha tra gli altri compiti, seppure limitati geograficamente e negli effetti, quello di andare incontro ad un problema prevalentemente degli anziani, ma non solo: soffrire la solitudine fino alla depressione e alla morte. Questo problema risulta cruciale specie tenendo conto che la famiglia si sfalda e i figli vanno a studiare, lavorare e sposarsi altrove. Vi sono poi madri e padri soli, disabili privi di aiuti sufficienti, giovani allontanati o auto-allontanatisi dalle famiglie, la denatalità, le separazioni e i divorzi. Di fatto nelle città sempre più popolose la solitudine cresce in proporzione inversa agli abitanti. Per avere un quadro significativo del mutamento in Italia, bisogna tenere conto che 7,7 milioni di persone risultano sole e di esse 3,5 milioni sono anziani e 2,3 hanno oltre 75 anni. In Italia la media degli anziani (il 13%) che sostengono di non avere a chi rivolgersi quando sono in difficoltà è più del doppio della media europea.
Generalmente, l’attenzione delle società contemporanee si concentra prevalentemente sul fumo, sull’obesità, sulle malattie della alimentazione, da curare in modo specifico, sottovalutando il decadimento generale della salute di persone che a monte vivono una condizione di solitudine. Solitudine e depressione vanno a braccetto, giacché l’anziano ha bisogno di sottrarsi alle ansie ricorrenti per le bollette da pagare, gli appuntamenti, le medicine (così frequentemente oggetto di dimenticanze)… Sta di fatto che le persone sole registrano una più significativa riduzione delle aspettative di vita e un aumento dei problemi cardiaci e della demenza.
Si può parlare di una sorta di epidemia da combattere, proprio come una delle patologie più urgenti della salute? Non è un caso che nel 2018 nel Regno Unito è stato istituto il ‘Ministero della solitudine’, dicitura insolita e sorprendente, che riflette una delle emergenze sul tavolo delle politiche europee. Se si vuole investire su società sane e democratiche non sarà il caso di copiare l’iniziativa del Regno Unito per l’integrazione delle persone più fragili e vulnerabili? L’Europa, consapevole dell’invecchiamento della sua popolazione, ha necessità di riorientare il terzo settore, il che non è solo politica assistenziale, ma anche un nuovo modo di gestire l’economia.
Non ci si può certo limitare al rimpianto nostalgico del passato, quando il peso della solitudine della vecchiaia era attenuato dalla convivenza di diverse generazioni, con in casa i nonni i figli e i nipoti, più qualche zia che non si era sposata. La storia non torna indietro. Oltretutto chi può permettersi oggi case abbastanza grandi per simili famiglione? E ancor più: chi andando in pensione sempre più tardi ha la forza e la capacità di occuparsi di altri anziani che vivono sempre più a lungo e dunque sono sempre più bisognosi di assistenza?
A tutt’oggi in Italia il cohausing (esperienza iniziata in Scandinavia 50 anni fa) è ancora troppo poco realizzato, eppure risulta essere la via più percorribile e più richiesta. Nel cohausing è possibile fare nuove amicizie e, quando si creano le condizioni, rincontrare quelle più antiche con cui condividere il ricordo dei tempi della giovinezza e delle scelte che hanno deciso i diversi percorsi di vita. A chi invecchia e paventa la morte bisogna assicurare autonomia (non isolamento): momenti in cui ci si può chiudere in camera per leggere, scrivere, riposare. Bisogna altresì garantire momenti di socializzazione (non massificazione), nei quali sia possibile incontrarsi per mangiare, passeggiare, vedere un film, giocare a carte.
Purtroppo, non sempre gli anziani sono disposti ad allontanarsi dalla propria casa, dove tutto gronda di ricordi, di foto, di oggetti collegati ad emozionanti esperienze affettive. Non è facile modificare le abitudini e riorientare gli spostamenti quando per una vita ci si è mossi con sicurezza tra percorsi domestici noti. Per questa ragione, in alcuni casi e quando la casa è sufficientemente grande, si può puntare sull’ospitalità concessa a studenti (a Milano si contano 600 convivenze con studenti) o a coetanei, a prezzi modici o gratuitamente, ottenendo in cambio la sicurezza di avere qualcuno da chiamare in casi di bisogno o, secondo quanto si è concordato, di assicurarsi una collaborazione per la buona tenuta della casa, per le piccole commissioni, per la compagnia, per l’uso dei moderni dispositivi digitali, per poter andare in sicurezza a cena o a teatro.
Le amministrazioni comunali e regionali dovrebbero investire in questi servizi e supportarli. Per il cohausing basterebbe progettare piccoli villaggi nella città, possibilmente vicino ad asili e scuole che contribuiscano a rallegrare i contesti, facendo attenzione ad eliminare le barriere architettoniche e favorendo per la gestione una amministrazione comunitaria con l’elezione dei responsabili.
Attualmente il bilancio di simili esperienze dà risultati positivi a fronte di un numero ridotto di fallimenti. Le ricerche attestano che le persone che condividono gli spazi abitativi sono più indipendenti, accettano l’invecchiamento con più leggerezza, aumentano l’autostima e migliorano la salute. Si calcolano per esse 10 anni in più rispetto alle persone anziane che vivono in solitudine.
Giulia Paola Di Nicola