La situazione tra Stati Uniti e Iran è oggi molto più di una crisi diplomatica, ma non è ancora necessariamente avviata verso una guerra totale. È una condizione intermedia, particolarmente instabile: i combattimenti su larga scala sono stati temporaneamente contenuti dall’intesa di giugno, ma quella cornice si è rapidamente deteriorata e non ha risolto nessuna delle questioni decisive. Washington e Teheran continuano a trattare, direttamente o attraverso mediatori, mentre cercano contemporaneamente di aumentare il costo politico ed economico sopportato dall’avversario.
Il centro della crisi è diventato lo Stretto di Hormuz. Per l’Iran rappresenta una delle leve più efficaci: non può competere con la superiorità militare convenzionale americana, ma può minacciare una rotta essenziale per il commercio mondiale di petrolio e gas. Gli Stati Uniti, al contrario, considerano la libertà di navigazione una linea rossa e cercano di impedire che Teheran trasformi lo stretto in una zona sottoposta alla propria autorizzazione. Il blocco americano dei porti iraniani e le azioni iraniane contro il traffico marittimo si alimentano quindi a vicenda. Il risultato è una situazione nella quale anche un episodio circoscritto – una nave affondata, un errore di identificazione o un attacco con molte vittime – potrebbe obbligare una delle due parti a reagire per non apparire debole.
Sul fondo rimane poi la questione nucleare. Washington insiste sul fatto che l’Iran non debba acquisire un’arma atomica, mentre Teheran non vuole rinunciare completamente alla capacità di arricchimento né negoziare sotto pressione militare. Il problema è che, dopo gli attacchi subiti e il fallimento delle precedenti intese, per l’Iran la capacità nucleare può apparire ancora più importante come garanzia di sopravvivenza. Paradossalmente, quindi, una campagna militare pensata per fermare il programma potrebbe rafforzare all’interno del sistema iraniano la convinzione che solo una deterrenza nucleare possa prevenire nuovi attacchi.
A mio giudizio, nessuno dei due governi desidera davvero una guerra senza limiti. Gli Stati Uniti sanno che potrebbero infliggere danni enormi all’Iran, ma anche che distruggere infrastrutture non equivale a ottenere una soluzione politica stabile. L’Iran, da parte sua, può colpire basi, navi e interessi economici americani attraverso missili, droni e alleati regionali, ma un confronto aperto metterebbe seriamente a rischio il regime e le infrastrutture del paese. Entrambi cercano dunque di intimidire l’altro restando appena sotto la soglia che renderebbe inevitabile un’escalation maggiore.
Lo scenario più probabile, almeno nel breve periodo, è perciò quello di un conflitto intermittente accompagnato da negoziati indiretti. Potrebbero alternarsi attacchi limitati, minacce, pressioni economiche e tentativi di mediazione. Una soluzione complessiva appare lontana, ma resta possibile un’intesa circoscritta: riapertura progressiva di Hormuz, alleggerimento del blocco dei porti iraniani e sospensione reciproca di alcune operazioni militari. La questione nucleare verrebbe probabilmente rinviata a una fase successiva.
Il vero pericolo è che questa strategia presupponga un controllo degli eventi che spesso, nelle crisi militari, non esiste. Più navi, missili, droni e forze alleate operano nella stessa area, più aumenta il rischio che un singolo incidente cambi il calcolo politico. Per questo valuterei la situazione come un equilibrio coercitivo molto fragile: la guerra totale non è l’esito più probabile, ma la possibilità che scoppi per errore, reazione a catena o cattiva interpretazione è oggi concretamente elevata
A.D. con la rassegna stampa dei siti di Chatgpt
