Dieci anni di guerra civile in Siria – o c’è dell’altro?

Dieci anni di guerra civile in Siria – o c’è dell’altro?

Vivere e sopravvivere

Tutto è iniziato con una rivolta. All’inizio, si scontravano solo diverse fazioni e gruppi, ma ben presto cinque grandi potenze militari hanno cominciato ad interferire facendo esplodere  gli scontri in una implacabile guerra.

Ecco perché reagisco male quando leggo che questa è una guerra civile. Si tratta davvero di una devastazione per mano di cittadini litigiosi? Forse bisognerebbe riaprire i libri di storia per trovare la definizione esatta di guerra civile… Anch’io, naturalmente, denuncio tutta la violenza, la criminalità e la corruzione che non mancano qui a livello locale come altrove. Ma ai miei occhi, non voler vedere le connessioni geopolitiche è ingiustificabile.

Le armi erano ferme da sei mesi quando ho visitato per la prima volta degli amici ad Aleppo nell’agosto 2017. Un segno di speranza era visibile sui volti della gente, anche se un terzo della città – a quel tempo una metropoli con più di 3 milioni di abitanti – era completamente in rovina. Ovunque si vedevano edifici scheletrici, devastazioni, rovine… Più tardi, ho potuto vedere con i miei occhi tutta la portata della distruzione in molte altre parti del paese: nei villaggi e nelle città lungo le strade principali, nei sobborghi di Damasco, a Homs e nelle città circostanti, per non parlare delle zone che mi è stato detto di evitare….

La mia presenza ad Aleppo

Quando mi sono trasferito qui ad Aleppo nel febbraio 2018, tutti erano convinti che ci sarebbero stati tempi più tranquilli. Tutt’altro! Qualche giorno fa, abbiamo dovuto assistere al triste decimo anniversario di un conflitto senza fine: senza dubbio una delle più grandi crisi umanitarie dopo la seconda guerra mondiale.

Ora la situazione per tutta la popolazione civile, così come per me, è sempre più confusa e dura: manca quasi del tutto il gasolio per il riscaldamento durante i mesi invernali (non ho mai avuto così freddo in vita mia), code chilometriche di auto davanti alle stazioni di servizio, centinaia di persone davanti ai punti di distribuzione del pane (il pane è sovvenzionato dal governo ed è razionato, così come il gas e la benzina), da mesi abbiamo solo 3 ore di elettricità al giorno, difficile l’accesso a internet…. Tutto questo in un paese in cui le riserve di petrolio sarebbero sufficienti a rifornire l’intera popolazione. Ma tali riserve nel Nord-Est del paese sono nelle mani di grandi potenze. Anche gli enormi campi di grano fertile al confine con l’Iraq sono stati deliberatamente incendiati da diversi anni. Uno scenario catastrofico che difficilmente si può immaginare.

Tutte le attività economiche sono state paralizzate dalla guerra, così che la povertà ha ormai colpito l’intera popolazione. Si può parlare di una grande carestia, poiché la maggior parte delle persone, a causa del basso reddito (il 90% vive sotto la soglia di povertà), non può più procurarsi nemmeno gli alimenti di base. Una povertà causata anche dall’orrenda inflazione con prezzi galoppanti. Un disastro assoluto.

Personalmente da molti anni faccio parte del Movimento dei Focolari, che lavora per l’unità, il dialogo e la convivenza pacifica, in sintonia con una comunità attiva in Siria da 50 anni. Ad Aleppo la comunità è piccola, ma in tutto il paese, circa 700 amici condividono gli stessi valori e lo stesso stile di vita. Io opero come terapeuta familiare principalmente nei quartieri cristiani nel centro di Aleppo: accompagnamento delle famiglie, formazione di vario tipo, progetti per i giovani, interventi psicosociali, sostegno ad altri operatori umanitari.

Aleppo è un centro multietnico-religioso nel Nord del paese.  Le organizzazioni umanitarie cooperano in un’ampia rete per tutta la popolazione. Io stesso sono responsabile del sostegno ai genitori in una scuola di 100 bambini con problemi di udito, di cui circa il 90% appartiene alla comunità musulmana. È stato impressionante per me vedere come si è messa in moto una solidarietà dinamica tra i genitori, permettendo di imparare reciprocamente gli uni dagli altri. Le madri che indossano il velo hanno posto spontaneamente le loro domande e condiviso le esperienze di integrazione dei figli con problemi di udito.

Nell’ultimo anno, la crisi ha assunto proporzioni ancora maggiori. In guerra ci si può proteggere dalle bombe e dalle schegge, ma non dalla povertà. Ora sono costantemente fermato da persone che chiedono aiuto. Probabilmente si può dire da lontano che sono “lo straniero con la borsa gialla”. Sanno molto di me, forse tutto. Sicuramente sono uno dei pochissimi stranieri che hanno deciso di vivere qui solo per aiutare la gente. Con il mio arabo stentato e con il linguaggio dei segni riesco a comunicare. Grazie alle organizzazioni ecclesiali ho ricevuto un permesso di soggiorno valido per lavorare qui per 3 anni.

Mi sono chiesto spesso perché metà della popolazione (11 milioni su un totale di 22 milioni) ha dovuto lasciare le proprie case, fuggire all’estero o stabilirsi in una zona più sicura a casa. Sì, la realtà sul terreno è più complessa rispetto a come viene rappresentata nei media occidentali e nella politica. La versione ufficiale secondo la quale una sola persona è responsabile della catastrofe è molto debole. I resoconti sono strumentalizzati in funzione dei diversi interessi.

È difficile, quasi impossibile, avere un quadro chiaro e neutrale della complessa situazione qui sul terreno e in tutto il Medio Oriente, perché ci sono troppe poche informazioni sulle mosse segrete, gli interessi strategici e gli intricati giochi di potere. Tutti qui si sono resi conto da tempo che questo conflitto non riguarda i valori democratici, come viene spesso dipinto dalla stampa occidentale, ma i grandi interessi geopolitici e le molte risorse naturali. Il problema non è solo di diritti umani ma anche e soprattutto di trattati internazionali che non vengono rispettati. Ognuno accusa l’altro come il colpevole. Quando cammino per le strade, mi chiedo spesso quale sia la responsabilità dei paesi occidentali, compresi gli alleati del mio paese (il Belgio), in questo conflitto. Alla Siria sono state imposte sanzioni massicce, tra l’altro le più dure e severe mai imposte a un paese nella storia. Con quale diritto? Poiché ora è impossibile commerciare con la Siria, il paese non ha alcuna possibilità di ricostruirsi. Tutti sono colpiti dalle sanzioni. Dopo la seconda guerra mondiale,   il Piano Marshall è stato fondamentale per la ricostruzione. Ma qui non ho mai sentito parlare di un piano di salvataggio, sicchè, l’impoverimento della popolazione va avanti a passi da gigante. È un vero disastro.

Mi tormenta la domanda: da dove vengono le armi? C’è l’embargo anche sulle armi? Quali gruppi sostiene l’Occidente? Quali sono le forze di opposizione dal punto di vista dell’Occidente? Quali persone e gruppi hanno attraversato il confine turco in Siria? E quando in Occidente si parla di aiuti umanitari, si dice chi li riceverà alla fine? Non si donano sostegni forse solo ai gruppi conniventi con Idleb e a particolari zone?

Come terapeuta, è d’obbligo farsi domande. La gente mi parla continuamente di eventi drammatici. Per esempio, un padre si è tolto la scarpa davanti ai suoi figli e si è colpito in testa con essa, urlando: “Stupido, perché non ho lasciato il paese qualche anno fa?”. Recentemente, la gente ha iniziato a parlare pubblicamente di suicidi, cosa che prima in questa cultura era inaudita. I giovani accusano i loro genitori di non aver corso i rischi della fuga all’estero. Incontro costantemente persone per strada che parlano da sole o gridano con sguardi confusi: “Come faccio a mangiare? Cosa devo fare?”.

Sempre mi torna alla memoria l’uomo steso sul marciapiede quando stavo andando in ufficio qualche giorno fa. Questa è più di una metafora. Sicuramente era stato calpestato – forse anche da chi gli stava vicino – abusato e poi derubato in tutto. Immagino che nessuno volesse più provvedere alla sua sicurezza e ai suoi bisogni primari. Le persone spesso non hanno la forza di piangere e gridare. Nessuno ascolta. Tutti guardano altrove. Solitario e solo, quest’uomo giace a terra. Anch’io non volevo vedere queste immagini. Mi guardo intorno. Di chi posso ancora fidarmi qui? Posso ancora guardare l’altra persona negli occhi? In situazioni drammatiche come questa, si cerca sempre il o i cattivi per giustificare la propria inerzia. Ma se si trovassero dei colpevoli in tutta questa situazione in tutti i campi? Tutti i partiti non hanno forse le mani sporche di sangue? Anche l’Ovest, dove ho le mie radici! Forse è troppo facile accusare un’altra persona per non voler vedere la trave nel proprio occhio. Ma ora sembra che sia troppo tardi. Tutti vogliono fuggire da questa situazione. Ma verso dove? Le porte non sono tutte chiuse per sempre? C’è ancora un bene comune? Ci sono ancora regole e valori oppure sono solo le regole selvagge della guerra e dell’economia a dominare?

A prima vista, si nota l’enorme distruzione degli edifici, l’assistenza sanitaria inadeguata e l’amministrazione obsoleta, dopo tutto, stiamo ancora vivendo in tempo di guerra. Tuttavia, sono soprattutto le profonde, interiori ferite di tutta la popolazione che lasciano conseguenze e cicatrici molto più gravi e pesano sull’equilibrio psicologico: ferite, traumi, perdite, stress, depressione, suicidi, malattie di ogni tipo….

Poi ci sono i bambini e i giovani che non hanno conosciuto altro che la guerra, i conflitti, l’oppressione (di tutti i tipi) e la violenza, hanno sopportato matrimoni forzati e gravidanze precoci. Che fare di fronte all’aggressività repressa in queste persone?

Covid-19?

Come in tutto il mondo, la Siria non è stata risparmiata dal virus Sars-19. A causa della guerra, che ha causato il collasso dell’intero sistema sanitario, nonché la mancanza di sostegno da parte di altri paesi, che si preoccupano solo di rincorrere i propri conti, le statistiche e le proiezioni, il virus ha inondato l’intero paese in poco tempo. Tutti qui sanno che le cifre ufficiali sull’incidenza dell’infezione e sul numero di morti non corrispondono alla realtà. I test sono stati quasi impossibili, poiché il materiale di prova è scarso. Mancano anche i medici e il personale necessari per affrontare questo tsunami.

Ai miei occhi, tutta la popolazione (me compreso) è stata infettata da questo virus. Molte persone, specialmente i portatori di malattie croniche (come il diabete e i disturbi cardiovascolari) sono morte a causa o con il virus Sars-19. Tuttavia, il Covid-19 sembra solo un problema secondario al momento, poiché la povertà e le difficili condizioni di vita pesano molto di più. Preferisco individuare nella mancanza di speranza l’angoscia più grande.

Cosa manca per un futuro migliore?

Al momento, non c’è una prospettiva per il futuro. Molti aspettano con ansia le prossime elezioni presidenziali di giugno. Qualcuno sarà in grado di assumersi la responsabilità del bene comune e di tutta la popolazione civile? Mancano i servizi primari: ospedali, scuole, luoghi di formazione, lavoratori qualificati, che sono stati i primi a lasciare il paese, i turisti che visitano questo paese con le sue ricchezze archeologiche; soprattutto, mancano gli investitori che credono nel futuro.  Ma la possibilità di confrontarsi con persone di altre culture, ma una società monoculturale rischia di collassare su se stessa, perché in un mondo globalizzato è necessario adottare un nuovo modo di vivere insieme. Soprattutto, mancano segni concreti di mutamento che motivino i giovani e li convincano a non lasciare il paese e a investire qui il loro talento.

Si può pensare al futuro solo se si conclude un giusto accordo di pace e si annullano le sanzioni. Il futuro è possibile quando le persone si avvicinano le une alle altre e lavorano insieme nel rispetto reciproco per dare forma alla coesistenza e alla ricostruzione.

Come sfuggire all’attuale dilemma?

Non ci sono soluzioni facili e la strada sarà ardua. Avremmo bisogno di una nuova obiettività e razionalità, il che non si può realizzare se non c’è dialogo. Su questo deve puntare la politica. I responsabili dovrebbero confrontarsi e negoziare con tutte le parti interessate. È necessaria una nuova logica per avvicinarsi agli altri lentamente, con umiltà e onestà. Anche i partner europei dovrebbero capirlo. Dobbiamo staccarci dalle categorie di ‘bene e male’, perché la realtà non può essere spaccata in due.

La popolazione locale è stanca dei troppi anni di violenza. Dovrebbe essere data loro la possibilità di lavorare per la riconciliazione e per il bene comune, di lottare per una coesistenza fraterna, sostenuta dalla giustizia e dal rispetto della legge. Sarà necessario ricomporre antiche rivalità per scoprire nuovamente che siamo tutti figli dell’unica creazione. Forse una nuova fase potrebbe iniziare qui in Siria, una fase segnata da una solida unità fraterna, impossibile da realizzare senza il sostegno dall’esterno. Il popolo siriano non può rimanere a lungo in questa situazione. Il resto del mondo non può più distogliere lo sguardo. Occorro gesti e sostegni concreti.