Violenza e crudeltà gratuite

Le autorità russe devono cessare subito le ostilità, – così Mario Draghi – interrompere le violenze contro i civili  e dovranno rendere conto di quanto accaduto. L’Italia condanna con assoluta fermezza questi orrori ed esprime piena vicinanza e solidarietà all’Ucraina e ai suoi cittadini.

Sarebbero 243 i bambini ucraini uccisi, più di due al giorno, 444 quelli feriti nella regione di Donetsk, 153 quelli uccisi, nella regione di Kiev (116) e in quella di Kharkiv (109). Ma non sono meno gravi le uccisioni a sangue freddo di civili, donne, anziani,  e le uccisioni e torture dei soldati non sono meno dolorose.  

Quanto alle donne persiste una  dimensione di genere della guerra che non si limita a distruggere materialmente i corpi, ma procede disfacendo sistematicamente le costruzioni culturali del corpo, dell’identità personale, della socialità primaria … la violenza si attua come spettacolo del terrore, e mira a colpire le colonne portanti di ciò che è culturalmente significativo, potendo penetrare, diversamente da ogni altra forma di comunicazione simbolica, fin dentro il corpo, nei recessi più profondi delle sfere di intimità personale. … messo in scena pubblicamente, fa esplodere il livello più basilare delle relazioni sociali, sconvolge i sentimenti di fiducia, protezione, rispetto reciproco su cui esse si fondano. Come nel caso degli stupri etnici nei Balcani, la violazione del corpo femminile diviene addirittura il principale strumento, simbolico e biologico al tempo stesso. ( Fabio Dei, Descrivere, teorizzare, testimoniare la violenza, 2009, https://moodle2.units.it/pluginfile.php/118008/mod_resource/content/1/introduzione%20Antrop.%20violenza%20%28F.Dei%29.pdf. )

Una serie di video diffusi da agenzie e quotidiani internazionali mostra la brutalità con la quale i soldati russi stanno ‘eliminando’ l’Ukraina e gli Ukraini, provocando con la loro crudeltà risposte simili (poco si parla infatti delle immaginabili violenze degli Ucraini accompagnate da azioni pietose anche nei confronti di  soldati russi). Annientano ogni forma di vita che incontrano e radono al suolo le città, distruggendo, per quel che possono, le prove (si pensi ai forni crematori mobili). Poiché l’ operazione militare non risponde al piano da Putin immaginato di Blitzkrieg, grazie alla resistenza degli ukraini, la crudeltà è senza freni. Ai massacri avrebbero partecipato i mercenari del gruppo Wagner, noti per la ferocia contro la popolazione civile in Siria e in Cecenia, ingaggiati senza un compenso alto, ma liberi di saccheggiare, stuprare, deportare minori. Si accumulano prove e si preparano processi futuri (I filorussi hanno già condannato a morte tre resistenti dell’ Azovstal). Hugh Williamson, direttore di Human Rights Watch per Europa e Asia centrale, ha dichiarato: Stupro, omicidio e altre violenze perpetrate su persone in mano alle forze russe devono essere oggetto di indagini per crimini di guerra.

Putin ha bisogno di una vittoria e le diplomazie non riescono a trovare una via di uscita, tra la necessità di non far vincere Putin e di non umiliarlo. Papa Francesco, come i suoi predecessori per le guerre in Irak, in Afganistant, in Libia, nei Balcani e durante la carneficina ruandese non perde occasione di ripetere: Fermate la crudeltà selvaggia della guerra. Possiamo essere orgogliosi in questo frangente della Chiesa cattolica, specie al paragone con la blasfema benedizione della guerra da parte di Kirill (troppo forte il contrasto con l’evangelico: amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano ). La voce del Papa resta inascoltata, ma la diplomazia vaticana lavora sotto traccia secondo la logica: l’Ukraina vince e Putin non perde. Sta di fatto che nella “fase 2”  Putin procede a testa bassa, per assicurarsi il controllo del Donbass e della Crimea, già annessa illegalmente nel 2014. La guerra ibrida procede con una ferocia a programmata e diretta contro l’Occidente attraverso la guerra del grano e le emigrazioni: milioni di Ukraini  sono andati a ingrossare le fila dei profughi in Europa (solo in Italia sono accolti 130mila ucraini circa), ma se non si risolve la questione del grano si prevedono arrivi incontrollabili(come mai la Cina ha riserve di grano superiori allo stesso quantitativo di Russia e Ucraina mese assieme?).

Le televisioni in Italia e in Occidente ci inondano di  immagini aspre e sanguinarie. Lo smartphone ci aggiorna in tempo reale trasformando la guerra nella rappresentazione di un reality più che della realtà. Vediamo corpi mutilati, sangue sparso ovunque, edifici sventrati, desolazione e pianti di coloro  che non hanno più una casa e non hanno più nulla oppure non sanno dove si trovano i loro familiari. Rischiamo di abituarci, rendere accettabile la crudeltà e di trasformare l’orrore in una notizia di routine che non ci fa più lo stesso effetto. Sembra avanzare la rassegnazione di fronte all’assurdo della perdita del senso dell’humanitas di  chi grida “vi odio, bastardi, perciò desidero sterminarvi” ( Medvedev), facendo dimenticare ai commentatori che i Russi sono gli invasori, in una falsa eguaglianza pacifista.

Eppure la guerra ha pure una sua eticità che obbliga a non superare i limiti della forza necessaria, anche nella difesa. Come italiani siamo eredi dalla pietas virgiliana. Virgilio infatti ha messo in bocca ad Anchise la raccomandazione ai romani: Tu regere imperio populos, Romane, memento (hae tibi erunt artes) pacique imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos. (Ricorda, o Romano, di dominare le genti: queste saranno le tue arti, stabilire le norme alla pace, risparmiare i sottomessi e debellare i superbi . – Virgilio, Eneide, verso 853 – ). La famosa frase la si ritrova in I Promessi sposi (cap. XXIII), quando il pavido don Abbondio di fronte all’Innominato lanciò un’occhiata pietosa che diceva: sono nelle vostre mani. Abbiate misericordia: parcere subjectis.

Per essere realisti dobbiamo prevedere che le guerre non smetteranno, che come tra individui e gruppi, così gli Stati continueranno a rivendicare diritti, difendere i confini, lottare per conquistare o sconfiggere l’usurpatore e il nemico. La domanda è: perché accanirsi sul nemico con tanta pervicace quanto inutile ferocia? Perché fare tabula rasa di città e monumenti storici di  culture di pregio? Esiste già un diritto che identifica l’insieme delle norme che a livello   nazionale e internazionale disciplinano la condotta delle parti nei conflitti, limitando e regolamentando i mezzi e metodi di guerra, ossia le armi e le procedure. Le nazioni che hanno firmato la Convenzione internazionale sulla tortura si sono impegnate a non torturare i terroristi catturati. Le convenzioni di Ginevra enunciano i diritti di chi non è combattente: feriti, malati e naufraghi, prigionieri, popolazione civile. Vi sono regole per cercare di tenere sotto controllo l’esorbitanza della forza: non serve, anzi è crudele e disumano eccedere in violenze gratuite, dare addosso a chi è già vinto e umiliato dalla sorte senza altro scopo che godere della propria superiorità e fare soffrire. Gli esseri umani hanno dimostrato ripetutamente nella storia che sono capacissimi di tale crudeltà gratuita, ma non mancano comportamenti ispirati al controllo della forza e alla pietas. Nella guerra tra Roma e Siracusa: «Si racconta che Marcello, una volta entrato in Siracusa attraverso le mura […] come vide davanti ai suoi occhi la città, che a quel tempo era forse fra tutte la più bella, abbia pianto in parte per la gioia di aver condotto a termine un’impresa così grande, in parte per l’antica gloria della città» (Livio, XXV, 24.11)
 

Scriveva Cicerone: M. Marcello, del quale in Sicilia i nemici videro chiaramente il valore, i vinti la misericordia, e tutti gli altri Siculi la lealtà, in quella guerra non soltanto ebbe cura degli alleati, ma risparmiò anche i nemici sconfitti. Dopo che ebbe preso con la forza e con l’ingegno la bellissima città di Siracusa – che da una parte era molto ben protetta dalle opere di fortificazione, dall’altra era resa inaccessibile, sia via terra che via mare, dalla conformazione del luogo – egli non solo permise che restasse intatta, ma la lasciò adorna al punto che essa era la testimonianza, allo stesso tempo, della vittoria, della benevolenza, della moderazione, dal momento che gli uomini vedevano sia che cosa egli avesse espugnato, sia chi avesse risparmiato, sia quali cose avesse lasciato: a tal punto egli stimò che si dovesse tributare onore alla Sicilia, da ritenere che neppure una città dei nemici dovesse essere eliminata dall’isola degli alleati. Ho combattuto spesso guerre per terra e per mare, civili ed estere, in tutto il mondo, e da vincitore ho risparmiato i cittadini che chiedevano la grazia. Ho preferito preservare, piuttosto che sterminare, i popoli stranieri a cui ho potuto perdonare senza pericolo.